La deputata aveva chiesto al Cnb di pronunciarsi “in ordine alla correttezza deontologica e/o comunque etica del farmacista che, invocando la clausola di coscienza prevista peraltro dal proprio Codice Deontologico all’art.3, comma 1 lett. C), rifiuti di vendere prodotti farmaceutici per i quali non si esclude la possibilità di un meccanismo d’azione che porti all’eliminazione di un embrione umano”.
I fatti sono noti: la “pillola del giorno dopo” è un prodotto che, somministrato entro 72 ore da un rapporto sessuale che potrebbe aver dato luogo a un concepimento, può impedire la gravidanza. Nella letteratura scientifica c’è dibattito sul suo effettivo meccanismo di funzionamento: agisce solo da contraccettivo, impedendo la fecondazione, oppure può avere anche un effetto antinidatorio, cioè può impedire a un embrione già formato di annidarsi in utero?
Il foglietto illustrativo che accompagna il prodotto non esclude questa seconda possibilità, che vorrebbe dire un precocissimo aborto chimico, tra l’altro mai verificabile: perché sia efficace, infatti, questa pillola deve essere presa quando ancora è impossibile sapere se un embrione si è formato o meno. Incertezza sulla presenza di un embrione, quindi, e anche sul meccanismo di azione del prodotto chimico. Ma proprio perché è in gioco una vita umana, pur nelle prime ore della sua esistenza, la questione è delicatissima. In questi anni alcuni farmacisti hanno chiesto, in analogia a quanto concesso ai medici per l’aborto, di poter fare obiezione di coscienza: come i medici possono rifiutarsi di attuare una legge dello Stato, la 194, che ha legalizzato l’aborto in Italia, e quindi non partecipare alle procedure abortive, così alcuni farmacisti chiedono di sottrarsi all’obbligo di consegnare questo specifico prodotto a chi lo chiede, pure se con la prevista ricetta medica.
La consegna di un farmaco in presenza di ricetta è infatti obbligo di legge, ed è una disposizione che tutela i cittadini: è solo il medico a stabilire di cosa ha bisogno il suo paziente, e nessun altro. Ma questa norma – sacrosanta – è stata introdotta nell’ordinamento quando l’aborto era un reato, e non potevano essere commercializzati prodotti esplicitamente abortivi. Il farmacista, tra l’altro, non è un commesso specializzato, ma fa parte del sistema sanitario nazionale con un suo ordine professionale, e tanto di codice deontologico. Se consegna un farmaco anche solo potenzialmente abortivo, diventa, di fatto, l’ultimo attore decisivo in un percorso che porta alla soppressione di una vita umana.[...segue] Leggi tutto su SAFE
di Assuntina Moressi, tratto da [SAlute FEmminile] 18 marzo 2011