Vincent Van Gogh - Notte stellata sul Rodano - particolare (Musée d’Orsay, Parigi)
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14 settembre 2016

Amori di nonna ... crescono

Oggi CECILIA, la mia seconda nipotina compie 4 anni ed è già a casa dalla scuola materna con una brutta  laringite con febbre, speriamo si riprenda velocemente la mia principessa sempre allegra, non mangia e soprattutto non parla a causa del mal di gola, lei che è una chiaccherona instancabile, come lo era stato suo padre fin da piccolo.
Nel frattempo però ha contagiato anche la sorellina MADDY di 2 anni (mia terza nipote) che si è presa la febbre pure lei e la mamma è partita subito con gli antibioci perchè la piccola mangia pochino di suo.
PETER il fratello maggiore per ora l'ha scampata, lui ormai dall'alto dei suoi 8 anni ha qualche difesa in più, grazie anche all'attività sportiva, d'altro canto la sua parte l'ha già fatta anni addietro con innumerevoli bronchiti e decine di aereosol, ora è un bell'ometto in carne, sempre sorridente e affamato di cibo ma soprattutto di amici.

La cuginetta FRANCESCA (mia quarta nipote) sabato ha compiuto il suo primo anno di vita e anche lei ha iniziato i suoi primi passi nella scuola iniziando l'inserimento al nido. Fa tenerezza vederla sorridente e tranquilla in mezzo ad altri bimbi come lei, qualche lacrimuccia l'ha versata non appena non vedeva più ritornare la mamma, ma a poco a poco si abituerà.
E' un nido molto accogliente gestito da privati con delle educatrici frizzanti e piene d'iniziativa, attente e amorevoli con i bimbi, ma senza mancare della giusta autorevolezza, sempre pronte a far sperimentare nuove scoperte partendo proprio dal vissuto quotidiano dei piccoli ospiti.
Che bello vederli crescere in compagnia degli amichetti.

mani di nonna all'opera

14 agosto 2016

Leggere in vacanza

Non ho mai amato le letture impegnate anche se non le disdegno anzi, ma in vacanza non parlatemi di leggere qualcosa di impegnativo perché il mio cervello proprio non ne vuole sapere, solo letture amene che più amene non si può.
Vi presento un giovane scrittore Nicolas Barreau, ex libraio che ha deciso di dedicarsi alla scrittura, timido amante dei ristoranti e della buona cucina, un po' come uno dei personaggi del libro che lo ha reso famoso "Gli ingredienti segreti dell'amore". Ho letto il romanzetto anni fa e ne ho vista successivamente la versione cinematografica, come al solito devo dire che è molto meglio il libro, fino ad ora non mi è mai capitato il contrario.


Tutto attorno a questo scrittore è un mistero, si racconta che non esista neppure ma sia un'invenzione pubblicitaria della casa editrice, in ogni caso qualcuno deve avere scritto i cinque romanzi che portano il suo nome come autore.
Gli ingredienti segreti dell'amore ha una trama semplice ma avvincente che spinge a leggere il libro tutto in un fiato. Ambientato a Parigi, si snoda nell'intreccio di un libro "Il sorriso delle donne" e i tavoli del ristorante francese, Le temps des cerises e il Menu d'amour di Aurélie, proprietaria del ristorante che viene citato nel libro "Il sorriso delle donne".
Oltre al libro che lo ha reso famoso, ho letto anche "La ricetta del vero amore" carino ma meno avvincente del primo, penso che leggerò anche gli altri per curiosità e per questo mi sono decisa a consigliarne la lettura.
Buone vacanze e ovviamente buona lettura.

02 agosto 2015

Si può votare un ospedale?

Non saprei se dare un voto ad un ospedale è una cosa da fare, la sanità dovrebbe funzionare sempre, in ogni ospedale e in ogni luogo d'Italia anche nel paesino più sperduto, in ogni caso io un voto lo esprimo:

110 e lode all'Istituto Tumori di Milano
Manuel Jimenez Prieto, "Visita all'ospedale", 1897, Siviglia, Museo di Belle Arti 

Ne ho girati molti di ospedali nella mia vita, sia per me che per i miei familiari e parenti, ma da quando sono approdata per la prima volta all'Istituto Tumori tre anni fa devo dire che è un'altra storia.
Direte che sono di parte perché esistono anche altri ospedali efficienti, io lo spero proprio, anzi ne sono certa, ma questo è ciò che è capitato a me, trovare un ospedale che guarda la persona semplicemente come persona, nel suo insieme tenendo conto di tutto. Un ospedale che non è diviso in reparti che esaminano singole parti di un corpo senza neppure parlarsi tra loro e a volte invece che guardare la persona che hanno di fronte, considerano solo la sua malattia. All'Istituto Tumori i medici comunicano fra loro, arrivi alla visita di controllo che sanno già tutto fin nei particolari di ciò che hai fatto in un altro reparto, mi sono sentita guardata in modo diverso come non mi era mai capitato in passato.
Quando tre anni fa sono andata per la prima volta lì su suggerimento di un'amica, non avrei mai e poi mai pensato ad un trattamento del genere, vi faccio solo alcuni esempi senza fare nomi perché non è il caso.
L'oncologo che mi visitò per la prima volta per prima cosa mi fece fare una specie di Check-Cap, ho eseguito anche esami diagnostici che non avevo mai fatto prima in vita mia, tra questi ad esempio la Mineralometria Ossea Computerizzata (MOC) che è una tecnica diagnostica il cui scopo è quello di indagare lo stato di mineralizzazione delle ossa. Ma anche una semplice visita ginecologica, perché anche se il mio problema era al seno, nulla andava trascurato. Eppure ero già in cura da 4 anni da altri oncologi e nessuno mi aveva prescritto questi esami.
Ma il fatto che mi lasciò letteralmente basita è stato che dopo la PET, mi telefona il mio oncologo e mi dice: signora mi sono permesso di fissarle una TAC in tempi brevi per ulteriori accertamenti diagnostici, è d'accordo? Che dire! Mi fa un super favore e mi dice "mi sono permesso". In altri ospedali devi correre tu a destra e a manca per fissare un appuntamento il prima possibile. Ma non è finita lì, dopo mesi di controlli anche se tutto era stazionario e tranquillo mi dice: preferirei sentire anche il parere del chirurgo toracico e davanti a me gli telefona e fissa un appuntamento qualche giorno dopo. Questo a dir il vero non è così puntiglioso come il mio oncologo, mi liquida velocemente senza neppure visitarmi e si limita ad una relazione dove scrive tutto quello che gli racconto e che mi consegna alla fine. Vabbè, in questo caso ho pensato che l'anamnesi potevo farmela da sola e senza spender nulla.
Qualche altro esempio, ho fatto in altri ospedali l'esame istologico e il prelievo di sangue arterioso.
Nel primo caso avevo sentito un male incredibile, esame fatto in sala operatoria e senza utilizzo di strumenti diagnositici a supporto, qui ho trovato un medico e un'infermiera eccezionali nel mettermi a mio agio, l'esame è stato fatto in ambulatorio con uso di strumenti diagnostici, così il medico sapeva bene dove andare, non ho sentito assolutamente nulla. L'esito ha voluto consegnarmelo il medico stesso per poterlo spiegare.
Invece il prelievo di sangue arterioso hanno tentato di farmelo due dottoresse mentre ero ricoverata in altro ospedale, è un esame particolare perché prelevano il sangue dal polso andando molto a fondo per arrivare all'arteria, dopo ben sette tentativi, dolorosissimi per me, non ci sono riuscite e hanno rinunciato, il giorno successivo ha tentato un'altra dottoressa ed è riuscita al secondo tentativo ma anche qui ho visto le stelle. All'Istituto Tumori, ero abbastanza agitata dal ricordo dell'esperienza precedente, invece ho trovato una splendita dottoressa che senza alcun problema mi ha fatto il prelievo, senza farmi alcun male e subito al primo tentativo.
Ma anche la stessa mammografia, ne ho fatte tante di controllo, solitamente è dolorosa e mi restano i lividi dallo schiacciamento, qui un pochetto di male l'ho sentito, ma non c'è paragone e soprattutto nessun livido.
Ultimamente nel mio ultimo intervento sono stata operata da una dottoressa con il nome di uno splendido fiore, qui è stato il top, non ho mai incontrato nessuno così professionale e al tempo stesso attento e gentile non solo con i suoi pazienti, ma anche con altri lì ricoverati.
A volte basta veramente poco a cambiarti la giornata e lo sguardo sulla vita, un piccolo gesto di umanità come la leggera carezza della dottoressa che sfiora la mia mano. 

 
Dopo quest'ultima esperienza, mi son detta, le cose belle si devono raccontare, si parla sempre della sanità che non funziona, dei soldi spesi male, delle lunghe attese, di chi ci guadagna sui mali altrui, come ad esempio il fatto di questi giorni: l'intercettazione telefonica in cui due persone sghignazzano letteralmente pensando a quanto avrebbero guadagnato dai numerosi decessi in ospedale.
Invito tutti a raccontare la sanità pubblica che funziona, a raccontare delle centinaia di medici che hanno a cuore i loro pazienti, per questi essi non sono solo numeri di cartelle cliniche che assicurano la privacy, lì ti chiamano per nome, sanno chi sei e se t'incontrano in corridoio non girano la testa da un'altra parte fingendo di non vederti per non essere disturbati, ma si fermano e guardandoti negli occhi ti domandano: come va?
Nelle sale d'attesa dell'ospedale c'è un manifesto che mi colpisce sempre ogni volta che vado, riporta una sola frase stampata a grandi caratteri:
Tutte le volte che fai finta di niente, il cancro ringrazia. 

02 maggio 2015

EXPO e dintorni, ovvero l'educazione preme.

EXPO è indubbiamente una grande occasione per tutto il mondo e per l'Italia in particolare.
 
Grande partecipazione all'evento inaugurale in piazza Duomo con Bocelli, sia sul posto che in televisione, segno di un'attesa condivisa da molti.
E poi arriva il 1° maggio, che già di suo è una grande data, e dai discorsi che ho sentito nulla di nuovo all'orizzonte, a parte il collegamento con il Santo Padre e le riflessioni a cui invitava tutti.
Che dire poi della mal pensata di cambiare quella parte del nostro inno nazionale "siam pronti alla morte" con "siam pronti alla vita", mi ha lasciato basita.
Ma chi non è pronto alla vita!!!! Veramente non ha alcun senso cambiare l'inno nato 168 anni fa in un momento storico diverso.
Leggevo in facebook un commento di un certo Rossi G. che trovo condivisibile in alcune sue affermazioni
[...] c'è sempre la possibilità di non eseguire l'Inno nazionale se lo si ritiene inadeguato al comun sentire), a parte l'infantilismo capriccioso - l'Inno piaccia o meno quello è - a parte la megalomania di disporne in modo iper soggettivo di qualcosa che è nata così e non può essere modificata in base alla vulgata corrente, qualunque essa sia - come se "l'Amor, ch'a nullo amato amar perdona" della Divina Commedia diventi, nelle esegesi corrente, la sua negazione per i sol fatto che esiste il divorzio [...] e poi ancora aggiungeva: [...] cambiare le parole di Mameli è termometro di una tendenza ben radicata da sempre nella società, specie in quelle sostanzialmente atee, di non voler pronunciare la parola morte, come se la prima regola del Fight Club del cialtronismo superstizioso e politicamente corretto è quello di non parlare della morte. Ne parlava Chesterton, non è nuovissima come diagnosi, però mai si era arrivati a relativizzare un testo, cambiarne i connotati, e lasciarsi spaventare addirittura dalla "morte" del proprio inno nazionale.  Ci si rifiuta persino di pronunciarla della morte, a mo' di regola socialmente imposta, come se non stesse bene farlo in società. Si finge abbia a che fare il meno possibile con la vita e infatti anche quando si parla di aborto e eutanasia la morte viene verniciata come scelta di libertà e infatti si parla rispettivamente di interruzione volontaria di gravidanza e di dolce morte. Come se affaticarsi a declinare tutto al positivo e levare dalla propria percezione del mondo persino i segni lessicali del negativo servisse a esorcizzare la realtà e quindi il dolore che essa, vera per definizione, porta per forza con sé. Il piano è quello della dissociazione superstiziosa. E fa ridere tanta tristezza.
I fatti accaduti con la violenza dei black bloc devono far riflettere ognuno di noi, secondo me lascia il tempo che trova incolpare quel tal politico o quel funzionario, il movimento dei black bloc si muove solo per far danni, è nella sua origine genetica, l'anarchia, ma far danni dove e quando?
Solo in occasioni come questa, per avere visibilità, perché se fossero veramente contrari al sistema, avrebbero tantissime altre occasioni per manifestare, per cause che danneggiano realmente l'uomo, perché ad esempio non manifestano per gli sbarchi degli immigrati clandestini, li la realtà incombe, migliaia di persone sono morte per fuggire dall'oppressione e dalla fame, e quante ancora ne moriranno. Ma i black bloc che visibilità avrebbero lì, nessuna.

Quello a cui dobbiamo guardare è la reazione immediata di semplici cittadini, pronti a rimboccarsi le maniche e ripulire la città a fianco a chi fa questo per lavoro, così da accogliere i visitatori in una Milano pulita, ma pulita prima di tutto per sé stessi, un luogo bello in cui vivere e lavorare. Questo secondo me è lo sguardo da avere per andare avanti e riprendere il cammino, le recriminazioni servono a ben poco.
Questi fatti non possono lasciarci indifferenti e soprattutto non vanno messi nel dimenticatoio, devono far riflettere ognuno di noi, perché questi giovani violenti sono figli della società che stiamo creando, una società atea e senza valori.
 
L'emergenza sta nell'educazione, e mi riferisco in primo luogo all'educazione di noi genitori non dobbiamo cedere ad altri il diritto di educare i nostri figli in ciò in cui non crediamo. Diritto della famiglia, non diritto di stato, che si sta prendendo libertà che non gli competono come nell'educazione scolastica, lo stato vuol mettere il naso anche su come un individuo debba concepire la sua natura di genere. L'indottrinamento gender nelle scuole parte fin dalla più tenera età, penso che queste tendenze ci condurranno in un futuro con fatti ancora più sconvolgenti degli attuali, ovvero se tutto è possibile e tutto ci è permesso, perché non farlo. E' una libertà fasulla, una libertà senza alcun criterio non forma la coscienza di nessuno, non fa distinguere ciò che è bene e ciò che è male.
D'altro canto la nostra società attuale già rasenta l'assurdo, penso ad esempio a quella piccola alunna redarguita dalla maestra perché si fa il segno di  croce prima di iniziare a pranzare o del divieto emanato da alcune scuole dove non si può più fare il segno della croce.
 
 
Il grande scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton scriveva: "Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto" e ancora "Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell'umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l'umanità pur di combattere la Chiesa".
 
Perdonatemi lo sfogo, non sono in molti a parlare di questi argomenti, sono nonna i miei figli ormai sono grandi e sposati, ma penso ai miei nipotini, penso ai figli di tanti giovani amici, penso a questi bimbi e al mondo che troveranno tra soli vent'anni, e nel mio piccolo, anche scrivendo su un blog, cerco di portare avanti le lotte in cui credo, per una società più umana, più giusta, una società che permetta effettivamente di poter crescere i propri figli secondo valori più umani e per chi crede valori cristiani. Invito a fare altrettanto a chi condivide con me i valori di un'educazione cristiana.
 
Nutrire il pianeta, energia per la vita inizia da qui dal gesto di una bimba che si fa il segno della croce prima di pranzare per ringraziare chi le ha dato tutto.
 

19 marzo 2015

Auguri bisnonna Pinuccia

Questa splendida aiuola di primule del giardino di casa mia è tutta opera della bisnonna Pinuccia nel fior fiore delle sue ottantacinque primavere.

 
Oggi si festeggia San Giuseppe ed è l'onomastico della mia mamma Giuseppina, per noi Pinuccia, ed è anche la festa del papà, il mio ormai non c'è più da tantissimi anni e ci guarda da lassù.
Mio padre per San Giuseppe regalava sempre a sua moglie qualche nuova pianta da mettere in giardino, era diventata una tradizione favorita anche dal periodo giusto per il trapianto.
Stamattina, praticamente all'alba, mia madre era già in giardino a trapiantare primule!!!!
Spesso i vicini di casa, ma anche persone che passano davanti a casa nostra, si fermano a far quattro chiacchere e le chiedono dei fiori, adesso che siamo all'inizio della primavera mostrano i loro sgargianti colori le primule, sono semplici da trapiantare e poi si propagano velocemente basta dividere in due la pianticella madre. Ma non manca anche la distribuzione di narcisi e iris, più avanti seguirà la distribuzione delle calle, poi le piantine già attecchite di lavanda e i semi delle belledinotte e via di seguito solo per parlar di fiori.
L'orto ormai non lo segue più nessuno, ma giusto le quattro cose che crescono da sole senza troppa fatica anche quelle non riesce a fare a meno di condividerle.
E così il mio vicino ormai non compra più la rucola, perché è molto più tenera quella della Pina, menta salvia e rosmarino ormai invadono il giardino tante sono le pianticelle che stanno crescendo per donarle, anche alle figlie che non abitano più con noi e che immancabilmente le fanno morire.
Poi seguiranno fagiolini, peperoncino dolce e pomodori a grappolo. I pomodori che restano verdi e non maturano finiscono nella marmellata di pomodori verdi con la quale realizza dolci a mezzaluna. Le piantine di basilico prenderanno il posto delle primule per fare la scorta di pesto da surgelare, perché la prima nipotina femmina è allergica ai latticini e mangia il pesto senza formaggio.
Non manca neppure la frutta da distribuire: prugne, albicocche e cachi, uva bianca e uva americana. L'unica frutta che scompare nella pancia di qualcuno appena matura sono le fragole, sono dolci, sode e gustose, non mollicce come quelle che spesso si comperano.
Ah cara mamma se non ci fossi tu a curare amorevolmente il giardino sarebbero solo erbacce.
Un grande abbraccio da tua figlia maggiore e dai suoi nipotini che appena arrivano si divertono a rimestare la terra con la nonna-bis.
 

06 marzo 2015

La primavera è alle porte

Ebbene sì la primavera è alle porte e mi sono decisa a risvegliare anche il blog dal letargo.
Si sente al telegiornale dei disastri  causati dal maltempo e dal vento forte di questi giorni, grazie al cielo qui da noi a Milano c'è stato solo vento, niente acqua o neve.
L'aria è tersa, il cielo ora è limpido e pulito e, se si riesce ad avere una vista dall'alto, magari anche solo da un cavalcavia, si possono ammirare le catene montuose innevate, e ringraziare chi ci ha donato tutto ciò.
Non ho trovato una foto con lo spettacolo che si vede da casa mia, ma anche questa tratta da MilanoCam.it può andare.

 
Stamane stando sul balcone fa frescolino, ma il sole caldo ti entra fin nelle ossa, così non ho acceso il riscaldamento in casa e ho spalancato tutte le finestre per far entrare un po' della brezza primaverile in arrivo. Ho una miriade di cose da fare, compreso un lavoretto che mi hanno commissionato, ma è una di quelle che giornate in cui ti siederesti su un sasso, immobile come una lucertola, pronta a lambire ogni raggio di sole, e io mi son lasciata tentare.
 
Ad onor del vero non è proprio andata così, la mattinata l'ho trascorsa sui miei balconi a rinvigorire le pianticelle dal letargo dell'inverno. E' bello rimestare nella terra affondando le mani per piantare i bulbi, amo i balconi fioriti con le diverse qualità di fiori alternate alle pianticelle aromatiche, il balcone della cucina, che è anche il luogo dove dimoro abitualmente, dalla primavera all'autunno è un po' raffazzonato come un giardino inglese. Salvia, timo, origano e rosmarino non mancano mai, e c'è pure qualche piantina di fragole, tra poco pianterò il basilico e quest'anno aggiungerò anche prezzemolo e carote, ho già fatto una prova lo scorso anno e ho visto che il pollice verde funziona.
 
E' sbocciata anche la piccola rosellina bianca dai petali screziati, è una rosellina delicata che si ammala spesso, ma poi cocciuta come la sua padrona, si riprende ogni volta più bella di prima. I ciclamini più grandi sono fioriti, quelli piccoli non ancora. Le mie varietà di piante grasse sono ancora tutte vive e vegete, le avevo coperte con il tessuto non tessuto e hanno retto bene il gelo dell'inverno.
Ma la cosa sorprendente è che c'è ancora un vaso di surfinie vivo anche se un po' malconcio, e praticamente sorpresa delle sorprese, tutte, ma proprio tutte le pianticelle di gerani sono vive e vegete, sono bellissime con tante tonalità di verde e con numerosi germogli di foglioline. Sono stupita io per prima, le ho solo bagnate qualche volta e coperte con il tessuto, forse per il primo anno non dovrò riacquistarli, staremo a vedere.
La buganville invece non so se si riprenderà, aveva retto bene, fino a un mese fa era ancora florida, ma poi man mano son cadute le foglie e durante i giorni della merla sembrava ormai avvizzita. Ho tagliato i rami secchi e tolto tutte le foglie rinsecchite ho messo un po' di concime e ora non mi resta che aspettare.
Avevo proprio bisogno di stare un po' in mezzo alle mie pianticelle e dedicarmi a loro, è una sensazione gratificante che alleggerisce ogni triste pensiero.

02 giugno 2014

Cara signorina Euforbia mi farai finire nel girone dei golosi.

Ebbene sì grazie anche alla sig.na Euforbia finirò senz'altro nel girone dei golosi. Ho letto qualche riga di recensione dell'ultimo libro per ragazzi di Luigi Ballerini e non ho resistito, mi sono subito procurata il libro da leggere, complice in questo il mio passato da ex bibliotecaria, quando un libro mi incuriosisce devo leggerlo subito, in ogni caso vi sfido a non essere curiosi se qualcuno vi parla di "pasticcini su misura", ma anche la 'nonnite' ha abbondantemente fatto la sua parte nel mio caso.

Luigi Ballerini
La Signorina Euforbia
San Paolo
€12,50 – pp.127

Grazie a questo libro l'autore ha meritatamente vinto l'ambito premio Andersen 2014 per ragazzi tra i 9 e i 12 anni.

L'ho praticamente letto in un fiato e mi sono gustata tutto il buono, il bello e il bene che in esso è sotteso.
Non appena ci si addentra nella lettura delle prime pagine si è subito avvinti, si percepisce un nuovo gusto per la lettura, e si incontra una rarità, un insegnante attento ai suoi studenti, specialmente ad uno particolarmente problematico.  

Come si può ben capire dal titolo il libro racconta di Euforbia, una strana e allampanata pasticciera, che suo padre avrebbe voluto fioraia, tantè che gli acquistò anche il negozio, ma poi dovette cedere le armi all'innata passione della figlia di realizzare pasticcini. La sua è una pasticceria speciale senza neanche un dolcetto esposto, tutto viene fatto al momento su ordinazione e la cosa più affascinante "su misura". Perdonatemi, ma questa cosa è troppo bella e non ve la posso proprio raccontare, dovrete scoprirla da soli leggendo il libro, vi dico solo che Euforbia è una pasticciera attenta, che sa ascoltare chi si presenta nel suo negozio e soprattutto non lascia nulla al caso.


Man mano che proseguivo nella lettura, lo confesso, mi sembrava di sentire aleggiare per casa una miriade di profumi speciali: limone, vaniglia, cannella, ma anche zenzero e cardamomo e in conclusione anche qualcosa di inaspettato come l'aceto balsamico. 
Sono rimasta stupita anche dalle accurate e elaborate descrizioni delle ricette, l'autore è senz'altro uno che conosce bene la materia se sa anche come non fare impazzire la crema. A un certo punto poi, ero così presa che avevo le traveggole, immaginavo il tavolo della mia cucina ricoperto di ciotole e in ogni ciotola una crema diversa, e io allungavo la mano pronta ad infilarci il dito per ritirarlo subito dopo stracarico di una succulenta cremina. Ebbene sì, ve lo avevo già fatto capire è proprio un libro per golosi, ma golosi di addentrarsi in nuove scoperte, come la sottoscritta.

Ma attenzione, non vorrei banalizzare il tutto limitandomi alla golosità, non è solo un libro per golosi, essenzialmente direi che è più un libro sull'amicizia, l'amicizia quella vera, quella che ti fa incontrare un amico o un amica più grande, una persona sincera che ti da sicurezza, che ti insegna a fare le cose bene, e le fa insieme a te, che ti accompagna e ti aiuta a superare anche qualche piccola difficoltà che ti è capitata. E la cosa più straordinaria, è che il tutto avviene semplicemente con una leggerezza incredibile frequentando un "corso settimanale intensivo di cucina".

A questo corso partecipano due ragazzi che sono gli altri protagonisti della storia: Marta, figlia dell'insegnante che dicevo sopra e, guarda a caso cosa gli riserva la sorte, si aggiungerà anche Matteo lo studente balbuziente a cui suo padre tiene particolarmente.
I due ragazzi sono trattati con tutto rispetto da Euforbia, il finale è veramente sorprendente, perchè i due seguendo il modo di vedere e affrontare la realtà che in poco tempo apprendono da Euforbia, stravolgono i fatti di una situazione delicatissima in cui la pasticciera suo malgrado si trova coinvolta,  sono proprio loro che l'aiutano a superare un grosso pasticcio. D'ora in poi anche per loro il futuro sarà meno incerto, anche perché lo affronteranno insieme, guarda a caso nella stessa scuola.

22 febbraio 2014

don Giussani: se sei lieto, lo si vede nei tuoi occhi


Ci risiamo, riparte il Ceck-Up
La medicina ha fatto passi da gigante nella cura di molte malattie, cure e interventi eccellenti ormai allungano la vita di decenni, ma non ti risparmiano la fatica dei controlli e verifiche periodici, quelli restano, anzi, spesso e volentieri ti accompagnano per tutto il tempo che ti è dato da vivere. E questo per me è appunto uno di quei periodi dove mi capita di passare parecchio tempo in ospedale. 
Ultimamente ho incontrato un caro amico che non vedevo da molto tempo, anni addietro ci vedevamo spesso lavorava a pochi metri dal mio luogo di lavoro, da quando è andato in pensione anticipata, praticamente lo vedrò, se sono fortunata, una o due volte all'anno. Questa è la mia settimana fortunata, ci siamo incontrati per la prima volta in ospedale, era lì anche lui per i suoi controlli, mi ha abbracciato stringendo gli occhi fino a farli luccicare, quasi non credeva che ero io.
In quel breve spazio di tempo in cui entrambi attendevamo il nostro turno di chiamata, abbiamo parlato un po', tra un ricordo e l'altro mi ha riportato alla mente tanti fatti e amici comuni. Lui è sempre stato un gran parlatore, parlavo anch'io ma preferivo ascoltarlo, ero catturata dai suoi modi, ogni frase finiva in un sorriso, ma ciò che più mi colpiva erano i suoi occhi, piccoli in quel grande viso gonfio dal cortisone, ma sorridenti, occhietti luminosi che non si staccavano da te. 
A un certo punto guardandomi attorno vedo due facce stupite sulle sedie vicino a noi, non faccio in tempo a chiedermi il perché, che mi rispondo da sola. Io e il mio amico non ci stavamo raccontando barzellette, anzi, ci raccontavamo a vicenda di come stavamo vivendo la vita noi e altri comuni amici, anche loro con una salute non certo eccellente, ma il nostro parlare, i nostri sguardi, non erano per nulla tristi. 
I miei familiari mi dicono sempre che sono una persona forte che sa affrontare le avversità, io non ne sono per nulla certa, sento tutta la fragilità del mio essere e sò bene che da sola non ne sarei capace, ma con l'aiuto di qualcun Altro sì. La stessa cosa era evidente anche nel mio amico, in lui ancor di più, con una forza strarompente che stupiva anche me, era evidentemente lieto, ogni sua parola, ogni suo gesto lo diceva, lieto, di una lietezza che nasceva dal profondo, quasi, oserei dire, grato al Signore anche di queste fatiche che gli toccava vivere. Tra me e me dicevo "che grazia viver così".
A un certo punto mi è sembrato che mi leggesse in volto ciò che stavo pensando ascoltandolo, perché mi dice: noi siamo fortunati per aver incontrato don Giussani e il movimento che ci permette di vivere in letizia anche questo. Non lo sò, forse sono anche arrossita, perché era proprio ciò che mi era evidente in quel momento guardando lui.


Caro don Giuss, proprio oggi, che ricorrono nove anni dalla tua morte, ti ringrazio infinitamente di questo sguardo sulla vita che hai trasmesso a me e a tantissimi amici con il tuo esempio, con la tua vita. E soprattutto, ti prego di ricordarmelo ogni giorno sul volto degli amici.


don Luigi Giussani

"La nostra vita, impostata secondo la sua essenzialità, secondo la sua verità, ha una nota (nel senso delle note della Chiesa) caratteristica, inconfondibile e insostituibile, che è la letizia: un’amicizia, la capacità di un’amicizia lieta (non lieta perché si fanno bagordi per tre ore o per sei). È questa letizia - che caratterizza una trama di rapporti, che caratterizza la persona dentro la trama di rapporti vissuta come sequela - che porta Cristo al mondo. Il mondo è colpito dalla letizia, perché non ne è capace. Come il buon Manzoni parlava della «Pace, che il mondo irride, / Ma che rapir non può»). Comunque, guardate che «pace» vuole dire letizia. Ognuno di voi lo può rilevare da se stesso: è solo se l’esperienza della vita cristiana gli dà letizia che verifica la sua consistenza. La verità sta nella letizia. Badate che questa letizia è una connotazione che può stare mentre uno muore, può stare col più grande dolore, perché non è qualcosa che raggrinza i muscoli, gli zigomi, non c’entra con i muscoli della faccia; c’entra con la faccia, questo sì, c’entra con gli occhi".

Luigi Giussani, punto VIII in Ciò che abbiamodi più caro (1988-1989), BUR, 2011, collana I libri di Giussani: L'equipe.


 






16 febbraio 2014

L’umiltà non fa rumore


In questo periodo di incessante e nauseante 'rumore' dei media, mi è capitato provvidenzialmente di leggere queste poche righe e ve ne faccio dono.
Non so quale effetto farà a voi questa lettura, io ho tirato un sospiro di sollievo... chi vivrà vedrà.

dipinto di Robert Duncan

Camminavo con mio padre, quando all’improvviso si arrestò ad una curva e dopo un breve silenzio mi domandò: “Oltre al canto dei passeri, senti qualcos’altro?”
Aguzzai le orecchie e dopo alcuni secondi gli risposi:
“Il rumore di un carretto”.
“Giusto - mi disse -. È un carretto vuoto”.
Io gli domandai:“Come fai a sapere che si tratta di un carretto vuoto se non lo hai ancora visto?”.
Mi rispose:“E’ facile capire quando un carretto è vuoto, dal momento che quanto più è vuoto, tanto più fa rumore”.
Divenni adulto e anche oggi quando vedo una persona che parla troppo, interrompe la conversazione degli altri, è invadente, si vanta delle doti che pensa di avere, è prepotente e pensa di poter fare a meno degli altri, ho l’impressione di ascoltare la voce di mio padre che dice:
“Quanto più il carretto è vuoto, tanto più fa rumore".

Elogio dell’umiltà di Bruno Ferrero


20 novembre 2013

La chiamata di Matteo

Nella vita la bellezza ti attrae, e la Bellezza con la B maiuscola ancor di più perché la senti corrispondente a te. Nella mia storia personale l'arte e la bellezza estetica hanno un posto in prima fila, ma attraverso le opere degli artisti qualcuno mi ha educato a vedere il Bello a cui rimandano. 
Tra i tanti quadri in cui è raffigurato Gesù quello che amo in modo particolare, direi quasi assoluto è la Chiamata o Vocazione di San Matteo di Caravaggio.
I quadri di Caravaggio li ho ammirati quasi tutti dal vero, e la Chiamata di Matteo mi ha sempre attratto particolarmente perché è come se chiamasse me con quel dito puntato verso Matteo. Adoro poi il bellissimo volto di Gesù, è sicuramente tra le più belle raffigurazioni di Gesù esistenti, e soprattutto, adoro quel sovrapporsi della figura di Pietro a Gesù quasi a indicarne la continuità nel tempo nella Chiesa.

La vocazione di Matteo, Michelangelo Merisi da Caravaggio,
1599-1600, olio su tela, San Luigi dei Francesi, Roma

Ora vi svelo un mio piccolo difetto, mi ci vuole sempre un po' prima di cedere le armi e affidarmi completamente ad una persona, direte che è abbastanza normale, ma se questa persona è il Santo Padre? Forse sono un tantino esagerata non vi pare?

Dei Papi della mia infanzia ho un bellissimo ricordo in particolare Giovanni XXIII, avevo solo 9 anni quando è morto, ma mio padre ci portava spessissimo a Sotto il Monte e ho dei bei ricordi di ciò che il mio papà mi ha raccontato del Papa Buono. Lo vedevo sempre sorridere ai bambini e rivedendo i luoghi della sua infanzia lo sentivo molto vicino a me.

Paolo VI l'ho sempre visto austero e per questo mi era un po' distante, è stato il Papa della mia giovinezza, purtroppo ho iniziato a conoscerlo un po' di più solo negli ultimi anni del suo pontificato, grazie ad un altro "padre" che me lo ha fatto conoscere ed apprezzare: don Luigi Giussani. Di Paolo VI ricordo in particolare ciò che confessò all'amico Guitton. Iniziavano tempi duri e Paolo VI avvertiva che qualcuno operava contro la realtà storica della Chiesa, quasi schiacciandola, ma proprio questa percezione rendeva evidente e rinnovava in lui la forza dell'azione del Signore presente anche in un «piccolo gregge» a Lui fedele: la comunità cristiana, nata per l’energia dello Spirito di Cristo risorto e unita intorno a Pietro e ai successori degli Apostoli. 
«C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede… Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominante un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia» (J.Guitton, Paolo VI segreto).

Ora non vorrei trasformare questo post in un post di miei ricordi, forse sarà l'effetto dei sessant'anni da poco compiuti, perciò sui due Papi che più amo e ho amato più di tutti, dirò molto poco al momento, anzi pochissimo.
Per la mia storia personale Giovanni Paolo II è stato il Papa che mi ha portato alla consapevolezza dell'esser cristiana, è e sarà sempre il mio Papa, il Papa che amo più di tutti, il Papa che sapeva affascinare noi giovani con le sue parole e con il suo sorriso. Dedicherò a lui altri post.

Benedetto XVI è il Papa che ha cementificato la mia fede, l'ho conosciuto pian piano, passo dopo passo, discorso dopo discorso, lettera enciclica, omelia o quant'altro.  Introducendomi nella sua conoscenza, ho iniziato anche ad amare la sua discrezione, la sua riservatezza il suo amore alla Bellezza, è sì perché in lui tutto rimandava a Gesù. A lui devo lo sguardo in ogni cosa alla vera Bellezza.

Sto scoprendo ora, sempre pian piano come una lumachina, il ciclone umano di Papa Francesco. Mi sbalordisce ogni giorno che passa, non lascia neppure il tempo di sedimentare lo stupore che già fà riaccadere altro.
Mi sono decisa a non aspettare, e per approfondire la sua conoscenza, oggi ho letto finalmente per intero l'intervista che Antonio Spataro gli fece in agosto. Non dico altro di lui, solo che da adesso in poi non potrò non amarlo con la stessa affezione con cui ho amato i suoi predecessori.
Vi riporto qui lo stralcio in cui parla della vocazione di Matteo del Caravaggio, ma vi consiglio caldamente di leggere tutta l'intervista anche se un po' lunga.
La trovate cliccando qui 


Chi è Jorge Mario Bergoglio?

Ho la domanda pronta, ma decido di non seguire lo schema che mi ero prefisso, e gli chiedo un po’ a bruciapelo: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?». Il Papa mi fissa in silenzio. Gli chiedo se è una domanda che è lecito porgli... Lui fa cenno di accettare la domanda e mi dice: «non so quale possa essere la definizione più giusta... Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Il Papa continua a riflettere, compreso, come se non si aspettasse quella domanda, come se fosse costretto a una riflessione ulteriore. «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». E ripete: «io sono uno che è guardato dal Signore. Il mio motto Miserando atque eligendo l’ho sentito sempre come molto vero per me».
Il motto di Papa Francesco è tratto dalle Omelie di san Beda il Venerabile, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di san Matteo, scrive: «Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi». E aggiunge: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando».
Papa Francesco continua nella sua riflessione e mi dice, facendo un salto di cui sul momento non comprendo il senso: «Io non conosco Roma. Conosco poche cose. Tra queste Santa Maria Maggiore: ci andavo sempre». Rido e gli dico: «lo abbiamo capito tutti molto bene, Santo Padre!». «Ecco, sì — prosegue il Papa — conosco Santa Maria Maggiore, San Pietro... ma venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio». Comincio a intuire cosa il Papa vuole dirmi.
«Quel dito di Gesù così... verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo». E qui il Papa si fa deciso, come se avesse colto l’immagine di sé che andava cercando: «È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice». Quindi sussurra: «Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Jesu Christi confisus et in spiritu penitentiae accepto».

Tratto dall'ntervista di Antonio Spataro a Papa Francesco, 19 agosto 2013


13 gennaio 2013

Come scegliere un libro e soprattutto farlo apprezzare

Tra i tanti bei libri che l'editoria propone ai ragazzi ne esite una marea senza sugo e consistenza, stupidate, baggianate che lasciano il tempo che trovano, d'altronde questo fa sì che prima di fare un regalo a un bimbo mi trovo costretta mio malgrado a leggerlo prima io. Devo dire per fortuna che esistono le biblioteche che fanno risparmiare un bel po' di soldini, ma è appunto lì che ho incontrato questo mondo di folletti, vampiri e streghe. A volte vorrei consigliare anche alle bibliotecarie di leggerli prima di acquistarli, ma poi scopro che sono inseriti tra le letture a voce alta che ogni settimana propongono a gruppi di bambini. 

A questo punto capisco che anche in biblioteca puoi fare come al supermercato segui l'onda che il mercato propone perché è quello che l'utenza alla fine chiede, ci vuole coraggio per andare contro tendenza, ci vuole coraggio come per la mamma qui sotto dire che ridendo e scherzando obbliga i suoi figli alla lettura perché sa che il piacere verrà dopo.

Devo dire che lavoro in mezzo ai libri e ai miei figli ormai sposati, ho sempre letto io innumerevoli storie, ma solo quelle che piacevano a me e soprattutto ben illustrate, anche storie difficili per la loro età, gliele leggevo un po' per sera. In loro il piacere per la lettura è scattato in tempi e modalità diverse; entrambi direi che hanno iniziato a gustarla un po' di più alle medie, grazie ad un insegnante di italiano (lo stesso per entrambi) che ci sapeva proprio fare, stupiva e affascinava con ciò che raccontava loro, peccato che il prof. Maspes poi si è trasferito a Mosca iniziando ad insegnare in Università. 
Mio figlio maggiore ha poi iniziato a leggere moltissimo e amare la lettura grazie al suo professore di filosofia, riusciva a stimolarlo così tanto che aveva sulla scrivania anche una ventina di libri che leggeva alternativamente. Bastava che il professore facesse una anche piccola citazione, che lui doveva approfondirla e conoscere lo scrittore citato, leggendo non solo più ampiamente il passo, ma spesso l'intero libro. La qual cosa mi faceva sorridere perché alle medie non era molto portato per l'italiano tantè che i professori gli suggerirono una scuola tecnica, ma lui testone (meno male in questo caso) volle iscriversi al liceo classico, sostenuto in questo da don Giorgio Pontiggia, l'unico certo che il ragazzo sarebbe sbocciato. E così fu, non solo fece il classico concludendo con una buona valutazione, ma si iscrisse anche a Filosofia dove si laureò con 110 e lode.

Adesso rivedo in mio nipote la stessa passione per i libri, anzì è molto più attratto dai libri anziché dai giochi così come ho scritto in un altro post.


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I bambini meritano la verità non un surrogato fantasy di Costanza Miriano
Conosco molte meravi­gliose teorie sul fatto che la let­tura deve esse­re un piacere, e come ogni pia­cere deve essere libero e scel­to. Le conosco ma mi guardo bene dall’applicarle. Io perso­nalmente con i miei figli a­dotto piuttosto subdole forme di persuasione occulta, e pos­so anche arrivare a vigliacche minacce terroristiche («Se non provi a leggere due capi­toli, alla xbox stanotte potreb­be anche capitare un inciden­te, per dire...»), convinta co­me sono che il piacere della lettura non è immediato co­me quello che viene dai vi­deogiochi, ma alla fine at­traente lo stesso o di più an­che per un ragazzino. Sarò quindi bocciata dal pedagogi­sta moderno, ma almeno in un modo o nell’altro sto colti­vando in casa giovani famelici lettori. Spesso dunque vado in libreria in ricerca, e faccio davvero molta fatica a trovare bei libri da imporre – volevo dire proporre – ai miei figli. 
Il problema è che tra gli scaffali spopola in modo davvero ab­norme il genere fantasy: vam­piri, creature magiche, elfi, folletti, streghette, morti che camminano, angeli. Una fan­tasiosa mitologia senza nean­che una tradizione alle spalle, raffazzonata, approssimativa, scontata. Un’accozzaglia di robaccia posticcia fatta per solleticare a buon mercato e senza troppo sforzo le paure, le emozioni, il gusto del brivi­do che bambini e ragazzi tan­to amano. So bene che c’è an­che una buona fantasy, tipo quella di Tolkien e di Lewis, ma per quanto ne capisco io – poco – la maggior parte dei loro epigoni mancano ampia­mente il bersaglio.

Mi chiedo dunque i motivi di tanto suc­cesso (se i titoli sono così tan­ti, immagino che siano molto richiesti, non dai miei figli co­munque). Penso che un feno­meno tanto esteso si possa spiegare solo con il bisogno che i bambini hanno di mi­stero, di esplorare in qualche modo qualcosa che vada oltre il mondo sensibile, che dia qualche risposta su quella che è 'la' domanda dell’uo­mo: cosa c’è dopo la morte. In ultima analisi, la loro è una domanda di senso, il grande vuoto contemporaneo. 
Certi adulti che sono stati così so­lerti nel togliere Dio dal pro­prio orizzonte e da quello dei bambini, gli stessi che si preoccupano che la recita di Natale dell’asilo non conten­ga accenni a Gesù, per non ferire nessuna sensibilità, e che a Lui dovranno rispon­derne – lasciate che i bambini vengano a me –, forse non sa­pevano che la libertà che cre­devano di avere conquistato a sé e ai loro figli non è la vera libertà cui anela il cuore dell’uomo. Il quale, se non è davvero liberato, cerca una nuova schiavitù. E così chi non frequenta la Bibbia si mette a leggere di magici mondi sotterranei, di vampiri e, cresciuto, di oroscopi, per non parlare di chi più o meno consapevolmente si tuffa nell’esoterismo.

Chi non cre­de in Dio crede a tutto, il vero credente crede in pochissime cose, sa solo Cristo e questi crocifisso. I ragazzi hanno bi­sogno di certezze salde, di un mondo ben configurato, ma­gari da provare anche a cam­biare, ma solido. Colonne di marmo da superare, barriere belle alte da scavalcare, non l’angosciante liquidità. E non funziona se questo mondo è solo inventato in un libro. Li affascina, li prende, ma non basta, non può bastare, per­ché sa di falso. Qualche gior­no fa avevo a cena un amico dei miei figli, non battezzato, non credente, divoratore di li­bri fantasy. I miei ragazzi, tanto per non farmi rilassare mentre tagliavo fettine e combattevo ammutinamenti contro le verdure, mi sottopo­nevano alle solite domanduc­ce, tipo «chi va nel limbo?», «com’è fatto il purgatorio?», «che vuol dire tentare Dio?».

L’amico, digiuno di simili ar­gomenti, ascoltava a bocca a­perta, affascinato dalla mia certezza (ostentata, peraltro: a volte mi ci vorrebbe un teo­logo a portata di mano, per le emergenze), assetato di rispo­ste salde e credibili. Il suo sguardo pulito sul mondo, il suo desiderio sincero di sape­re meritano di più che rispo­ste artefatte e posticce. Meri­tano la verità.

06 marzo 2012

«Perché è umano, troppo umano»

Questo bell'articolo di Frangi su Schifano capita a fagiuolo come si suol dire.
Proprio sabato il mio amato nipotino che tra tre mesi compie 4 anni, mentre si dilettava a dipingere a modo suo con i pennarelli, mi ha regalato l'ultima sua opera, un prato fiorito, dicendomi:l'erba è un po' alta ma si vedono i fiori.
L'ho guardato stupefatta e ho esclamato: ma questo è uno Schifano! E lui: nonna non si dice così. Ma no adesso ti spiego e così io e la mamma gli raccontiamo di Schifano e lo portiamo a vedere un campo di Schifano a casa di una nostra amica.
E lui, tranquillo e beato come solo i bimbi san fare dice all'amica: appendi anche il mio vicino!


di Giuseppe Frangi, tratto da [Tempi.it]

Perché Mario Schifano? Tra gli artisti italiani dell’ultimo scorcio di Novecento non è quello internazionalmente più conosciuto. E quindi non è neppure tra quelli corteggiati dal mercato. Nei suoi confronti la critica ha mostrato sempre simpatia, ma sempre mantenendo una punta di irriducibile riserva riguardo alla sua affidabilità, sia come persona sia come artista. La sua produzione sempre così irregolare, la sua biografia un po’ borderline (diceva: «Quando a Roma hanno bisogno di un titolo sul giornale, vengono a casa mia e mi arrestano per detenzione di stupefacenti. Lo sanno tutti che io non nascondo niente»), ne hanno fatto una figura un po’ collaterale ai fenomeni che contano. Dovessimo tracciare un parallelo, viene senz’altro in mente il nome di Pasolini: come lui era disallineato rispetto ad ogni collocazione culturalmente ortodossa. Era un fuori schema.

Per questo, dovendo scegliere un artista italiano da inserire in questo percorso attraverso i grandi (e anche discussi) nomi dell’arte contemporanea proposto da Tracce, ci è sembrato non banale andare su di lui. Schifano per altro ha una caratteristica interessante che lo definisce: è un artista visceralmente italiano. Per quanto abbia certamente assimilato e metabolizzato, ad esempio, il linguaggio della pop art, non si è mai omologato a quella o altre visioni d’importazione. Alla fine, la cifra ultima è sempre sua, anche nell’incertezza, anche dove non riesce. Ed è difficile trovare altra definizione di quella cifra che è un po’ il timbro di tutta la sua avventura artistica, se non chiamandola bellezza. Tutto in Schifano porta lì, frutto di una grazia che scaturisce dalle sue mani e dai suoi colori.

Per cominciare va detto che Schifano è sempre stato pittore nel senso più totale e quasi vocazionale del termine. «Voglio dipingere la pittura», diceva di sé. Intendendo con questo di essere consapevole che la pittura poteva essere portatrice di una felicità che era connessa non tanto con quello che veniva rappresentato, ma con la sua stessa natura, di gesto, di colore, di apparizione inimmaginata. Non c’è mai presunzione intellettuale nel suo lavoro, ma una fiducia senza riserve nel mezzo amico. Ha raccontato la moglie Monica De Bei (che era stata anche sua allieva): «...era molto veloce, senza ripensamenti. Era meraviglioso quando già alla prima stesura del colore di base sulla tela vedevi con chiarezza che sarebbe uscito un quadro pulito. Era pericolosa quella felicità di esecuzione, ti dava l’illusione che anche tu avresti potuto esprimerti così semplicemente». E poi: «Mario non leggeva mai quello che i critici scrivevano sulla sua pittura, diceva: “Spero sempre di fare quadri senza inutili volontà di spiegazioni”... Vivere il suo lavoro era assolutamente diverso che osservarlo poi oggettivamente in una galleria o in un museo, e Mario era la sua pittura».

Sono importanti quelle parole che la moglie Monica sottolinea con i corsivi. «Uscito», innanzitutto: indica che la pittura di Schifano scaturisce da dentro. Non è progettata, non è calcolo, come se chi la realizza non ne avesse il possesso, ma ne fosse soprattutto posseduto. È l’alba di una fantasia, ha scritto efficacemente Sandro Parmiggiani. Che aggiunge: «La sua pittura è un darsi totalmente delle mani e del corpo». «Pulito»: la seconda parola suggerisce questo scarto inspiegabile tra la confusione e il disordine che era la condizione dello studio, ma anche della sua vita e la purezza che si generava nelle sue opere. Uno scarto tanto imprevedibile quanto rivelatore. Infine, «vivere»: per Schifano dipingere era come respirare. E questo spiega la quantità incredibile di lavori che ha lasciato dietro di sé, quella sorta di voracità dello sguardo che lo portava a cercare di portare tutto in pittura; c’è una frenesia che sfida quasi la stessa capacità dell’occhio di intercettare le cose. «C’è in ogni sua opera brivido di movimento, fremito di ribellione contro il rischio della decorazione, c’è vita, mai staticità, morte», scrive sempre Parmiggiani. Ma c’è anche la leggerezza di chi sa che non si potrà mai essere sazi, che non c’è punto di approdo o di chiusura del discorso. «La pittura è la mia maniera di esistere», confidava Schifano. Così la sua pittura non aveva altre pretese che non quella di vivere, di essere.

Schifano, naturalmente, ha attraversato in pieno la sua epoca e le sue stagioni artistiche risentono di continue contaminazioni, a partire dagli inizi così segnati dall’idea di andare oltre le immagini, di creare con i quadri delle situazioni e non più delle semplici rappresentazioni della realtà. Poi c’è la stagione della pop art all’italiana, contemporanea a quella americana: anche Schifano più che opporsi al dilagare del nuovo immaginario consumistico, lo fa suo, lo metabolizza. Ci sono i complicati anni Settanta, da cui non si sottrae, come dimostra quel suo celebre ciclo Compagni compagni in cui con leggerezza cerca di intercettare il meglio di quell’esperienza, il suo slancio umano, la sua carica di libertà.

Anche gli anni Ottanta vedono Schifano allineato, questa volta nel flusso vasto del ritorno alla pittura. Ma il suo accento ha una freschezza che lo tiene al riparo da qualsiasi spirito revanscista, o da un’arte che si rifugia nelle allusioni o nelle metafore. Il fatto chiave di quegli anni è la nascita del figlio tanto desiderato. Marco viene alla luce nel 1985, e per Schifano rappresenta un punto di scaturigine creativa impressionante. Non solo. L’arrivo del figlio mette a nudo il suo cuore poetico, lo scopre in maniera definitiva, lo libera. Nel 1965 Schifano aveva dipinto un quadro famoso che era un preludio di questa sua stagione finale. Io sono infantile era come una dichiarazione poetica e umana insieme. Era una sorta di coming out, un’ammissione della propria condizione di pittore disarmato dal punto di vista degli strumenti culturali. Schifano, in particolare quello dopo il fatidico 1985, è uno Schifano che procede con gli occhi sgombri del bambino. La sua mente si apre a tutte le cose senza mai schedarle. Il mondo sembra sempre stupirlo, tant’è vero che quando lo trasforma in pittura (perché Schifano trasformava in pittura tutto quel che toccava), è come se rappresentasse un mondo mai visto. Un mondo appena nato.

C’è una grande tenerezza in tutta l’ultima stagione di Schifano, una tenerezza che neanche il disordine e i disastri connessi alla sua vita riescono a incrinare. Negli ultimi anni diversifica anche i linguaggi, vive con la televisione sempre accesa, fotografandola come per non farsi scappare frammenti che vorrebbe conservare nel suo immenso catalogo della vita. Tappezza la sua esistenza di immagini, con la curiosità di un bambino e insieme con l’ansia di un innamorato che non vuol farsi scappare nulla e vuole abbracciare tutto ciò che la vita gli porta incontro. Srotola colori sulle tele, in un esercizio continuo di libertà e fantasia, annodando e associando pezzi di realtà. Riaffiora anche la luce del suo Eden perduto, quella Libia in cui era nato nel 1934 e dove aveva vissuto tutta la sua infanzia: riaffiorano il sole sfolgorante, lo slancio delle palme, la purezza della sabbia. Ma non è un passato subito come nostalgia. «Io vivo nel presente e nel futuro», diceva. «Non accetto i ricatti del passato».

Schifano così traghetta uno sguardo innocente e insieme profondo da una generazione all’altra; da quella del padre archeologo, attraverso la sua, sino a quella del figlio Marco. Alla pittura Schifano chiede di fare da raccordo, come un inesausto atto d’amore. L’essenza della pittura per lui è la generosità, ben più decisiva della coerenza o della correttezza formale.
Quando una volta gli avevano chiesto perché continuasse a fare quadri, la sua risposta è stata la più bella che da un pittore ci si possa aspettare: «Perché è umano, troppo umano».

18 settembre 2011

C'era una volta la Costituzione...

Immaginatevi una cosa bella a cui tenete tanto, qualsiasi cosa, date spazio alla fantasia. Ad esempio una preziosa tovaglia riccamente ricamata lasciatavi in dono dalla nonna da utilizzare per le grandi occasioni. Arriva la grande occasione da festeggiare, prendete la tovaglia riposta nell'armadio e, con grande dispiacere, scoprite che è stata assaltata da animaletti striscianti che hanno creato buchi e falle ognidove nel tessuto. Sconcerto, rabbia, dispiacere, tutte emozioni che in un baleno attraversano la vostra mente.

Ecco questa è esattamente l'impressione che ho avuto nel vedere come l'Emilia Romagna ha ridotto la nostra Costituzione spiegata ai giovani.
Occorre qui una spiegazione.
La Regione Emilia Romagna con l'intento di spiegare la costituzione ai giovani, ha interpellato fumettisti famosi e non realizzando una mostra che illustra alcuni articoli della costituzione. Ebbene, questa mostra sta girando l'Italia in occasione dei 150 anni e la Giunta Regionale dell'Emilia Romagna ha deciso di distribuirne il catalogo agli studenti della Regione.
Fin qui non ci sarebbe nulla da obiettare, l'intento è buono, ma il risultato è più che deleterio, ovvero ci troviamo di fronte all'ennesima trasformazione, altro che educazione civica, questa è vera e propria dis-educazione.
Il solo fatto che vengono considerati solo alcuni articoli da da pensare: estrazione al lotto, questo si quest'altro no? questo mi piace, questo non mi piace... a mo' di sfoglia la margherita.
Preso atto che non sono stati illustrati gli articoli, chissà perché tra quelli non considerati proprio gli artt. 29 e 31, forse perché parlano della famiglia?

Sono usciti articoli titolati "La Costituzione per i giovani cancella la famiglia", ma fosse solo questo non mi preoccuperei, non è certo la non illustrazione di qualche articolo che avrà il potere di cancellare la famiglia, i giovani a cui il documento è rivolto sanno molto bene da dove vengono, dove vivono, chi li ha generati e chi con amore li educa ed alleva.
Ma il tutto è ancor più sottile e deleterio, se guardate qui sotto la vignetta dell'art.30 sembra uno spot alla pornografia. Dico questo non perché voglio fare la bacchettona bigotta, ma veramente l'immagine raffigurata non ha alcun senso se non ribadire l'incapacità di alcuni genitori di educare i lori figli, ma a dir il vero a me pare la dimostrazione lapalissiana dell'incapacità di una certa politica di promuovere proposte educative rivolte ai giovani.
Purtroppo, chi ci va di mezzo sono proprio loro, i giovani, i nostri figli, perché questo documento finirà in mano proprio a loro, alle migliaia di studenti che magari saranno costretti a studiarlo senza domandarsi quanti sono effettivamente gli articoli della costituzione, o perché sembra che alcuni siano più importanti di altri.
Soprattutto, non si domanderanno perché una Giunta Regionale spende una barca di soldi pubblici per istruirli lacunosamente e male contribuendo ad ingigantire le falle del sistema educativo.


Ma l'Emilia non è la sola, c'è anche chi fa di peggio, ad esempio Milano con Pisapia non è da meno, basti pensare ai pinguini bisex.
Pisapia non è d’accordo con la costituzione italiana: «La Costituzione afferma che la famiglia è fondata sul matrimonio. Io la penso diversamente» sostiene il Sindaco neo-eletto. E allora che fa, decide di spiegare la "famiglia gay" e parte proprio dagli innocenti, dai piccoli che frequentano gli asili milanesi. Presenta ai bambini un libro sulle avventure di Piccolo Uovo, un manualetto sui "diversi tipi di famiglia" dove due pinguini maschi fanno da mamma e papà. E la famiglia tradizionale, quella tra un uomo e una donna, quella dove abitano i piccoli che frequentano gli asili, dov é? Avranno una bella confusione in testa quando a poco a poco gli inculcheranno che stanno vivendo una trasgressione perché la loro famiglia non è normale.

Non aggiungo altro, penso che basta avere un po' di buon senso e queste cose si commentano da sole.
Mi duole però pensare che sono questi gli strumenti a disposizione degli insegnanti per i loro studenti, affinché affrontino un percorso umano e critico.
Insegnanti svegliatevi! o meglio, usando le parole del prof. Nembrini «Se tu non ti occupi della politica, è la politica che si occupa di te».