Vincent Van Gogh - Notte stellata sul Rodano - particolare (Musée d’Orsay, Parigi)
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05 aprile 2015

Santa Pasqua 2015

Pietro e Giovanni accorrono al sepolcro la mattina della Resurrezione
Eugène Burnand,, 1898, Parigi, Musée d'Orsay

"A chi di noi non piacerebbe essere qui questa sera con la stessa faccia tutta spalancata, tutta tesa, tutta desiderosa, piena di stupore, di Pietro e Giovanni in cammino verso il sepolcro la mattina di Pasqua? Chi di noi non desidererebbe essere qui con quella tensione a cercare Cristo, che vediamo nei loro volti, con il cuore pieno di quell’attesa di trovarlo ancora, di rivederlo di nuovo, di essere attratti, affascinati come il primo giorno? ...
Ma chi di noi aspetta veramente che possa succedere una cosa come questa? Come loro, anche noi facciamo fatica a dare credito all’annuncio delle donne, cioè a riconoscere il fatto più sconvolgente della storia, a darvi spazio dentro di noi, a ospitarlo nel cuore perché ci trasformi. Anche noi, come loro, sentiamo il bisogno di essere di nuovo afferrati, perché si ridesti in noi tutta la nostalgia di Cristo. Domandiamo insieme allo Spirito Santo di ridestare in ciascuno di noi l’attesa, il desiderio di Lui".
Dall’Introduzione di Julián Carrón agli Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione, «Nella corsa per afferrarlo» 4 aprile 2014

25 marzo 2015

Annunciazione

Beato Angelico (Guido di Pietro), Annunciazione del corridoio Nord, 1440-1450
Firenze, Convento di San Marco.

Tutte le volte che ci troviamo a pregare la Madonna, provo un brivido di emozione. L’angelo, presentatosi a Maria, dice: «Ti saluto, o piena di grazia». E Maria, visitando Elisabetta: «...tutte le generazioni mi chiameranno beata...» (Lc 1,28-30). È un’emozione perché, venendo qui, ora stiamo realizzando la sua profezia. Stasera diamo il nostro contributo testimoniando che la profezia si avvera: ti chiameranno beata.
Oggi il richiamo che la giovane israelita, Maria, vuole fare è quello della maturità della fede.
Da lei così giovane (aveva allora circa 15 anni) dobbiamo imparare la maturità della fede. Se una fede non diventa matura, è vana, è svuotata dal clima anticristiano di oggi.
Guardando a Maria, vogliamo ora vedere quali sono i fattori della maturità della fede, cioè quando la fede è matura. Non voglio, così, intendere l’effetto che la fede matura provoca (cioè una fede matura è salda, non si lascia travolgere dall’ambiente), ma mi preoccupa parlare dei fattori che costituiscono la fede.

Esaminiamo il passo dell’Annunciazione (Vangelo di san Luca 1,26-38): fin da qui quella giovane dimostra di essere piena della coscienza che la sua vita apparteneva a un Altro.
1. Di fatto questo è il primo fattore della vocazione: la vita, cristianamente parlando, è una vocazione.
Perché la vita sia sentita come vocazione occorre questo: avere la coscienza che la mia vita è di un Altro. Questa coscienza in Maria non è astratta; ci sono, infatti, due cose che definiscono questa appartenenza della Madonna, nella sua vita concreta, a Dio:
a) si trattava, per Maria, di decidere del suo futuro, della sua vita concreta, di ciò che doveva fare e di come dovesse divenire madre. La Madonna apparteneva a Dio nella concretezza e nella determinazione di ciò che avrebbe dovuto fare: pensiamo a quanto ha sofferto anche all’inizio, quando solo lei sapeva che cosa doveva accadere. Il Signore le chiedeva il suo tempo, le sue giornate: apparteneva a Dio nella modalità fisica del suo tempo.
b) La Madonna aveva, quindi, molto chiaro che la sua vita apparteneva a un Altro, nella concretezza dell’affronto del quotidiano: tutto di lei apparteneva al Signore attraverso un legame preciso, il legame al suo popolo.
La sua vita era dentro, immersa in quella del suo popolo. Ciò che l’angelo le comunicava era dentro la storia del suo popolo. Infatti il disegno che Dio svolge nel mondo è attraverso una solidarietà, una fraternità, un legame di popolo. Si avvera ciò che il papa Paolo VI diceva in un suo discorso: i cristiani fanno nel mondo una specie di razza sui generis.
Ora, se applichiamo questa osservazione a noi, notiamo:
che la tua vita appartenga a un altro, questo è evidente (non mi sono fatto da me): ma è dentro le determinazioni di tutti i giorni (nel lavoro, in tutto ciò che fai, sia che lo voglia o lo debba fare, nella fatica, nella gioia, ecc.) che tu appartieni a un Altro, in ogni attimo.
Se avessimo questa coscienza (cioè a chi appartengo) quando formiamo una famiglia, quando andiamo a lavorare, quando affrontiamo qualsiasi cosa della nostra giornata, se pensassimo che lì noi stiamo costruendo il suo popolo, apparteniamo lì al suo popolo, che nobiltà sentiremmo nella nostra esistenza!
Concludendo, il primo fattore, per una fede matura, è quindi riconoscere una presenza che mi possiede in tutto. Mi possiede per realizzare un disegno che si chiama “popolo di Dio”, perciò niente di ciò che vivo è inutile, neanche un istante è vano: dovremmo rendere conto di tutto ciò che viviamo, perché tutto è per il Suo disegno.
 
2. Continuando a seguire il passo dell’Annunciazione, vediamo ora il secondo fattore di una fede matura.
L’angelo parlò dicendo: «...non temere, Maria, perché hai trovato grazia agli occhi di Dio... Il Signore Dio gli darà il trono di Davide [qui vediamo il legame con il popolo]. Maria disse: avvenga di me ciò che hai detto»: cioè fiat (cfr. Lc 1,30-38). È questo fiat il secondo elemento per una fede matura: è l’energia di quel sì. Come san Paolo chiamerà Gesù: l’«Amen», il «sì» di Dio (cfr. 2 Cor 1,18-20).
Questa energia è la forza della volontà, o meglio della libertà.
La libertà che aderisce dice: «Sì, riconosco». Ci può essere, però, un riconoscimento che non accetta, non si coinvolge. In questo modo la mia fede diventa fiacca, vuota, senza senso. Bisogna sottolineare la ragionevolezza di quel «sì»: perchè lei ha detto di sì?
Nel mistero di quel momento la Madonna ha intuito che era proprio un annuncio di Dio, Dio vero. Così è avvenuto anche per noi. Infatti nessuno di noi è cristiano se non perché, in qualche modo, l’intuito, il capire che Cristo è vero, la Chiesa è vera, il mistero cristiano è vero, l’ha preso anche solo per un attimo. Tutti abbiamo avuto questa intuizione.
La grandezza della Madonna è la sua semplicità: lei ha detto: «Sì» e basta, non chiedeva altro. Noi, invece, abbiamo sempre bisogno di qualcosa d’altro, di qualche prova in più per potere essere decisi.
La maturità della fede, Cristo l’ha definita, paragonata al bambino. Il bambino sente istintivamente di appartenere ai genitori e di fronte alle cose dice: «Sì», sgrana gli occhi: non chiede altre conferme di ciò che vede. Quello che il bambino fa per istinto di natura, l’uomo con una fede matura lo fa coscientemente. Quindi la maturità della fede è il bambino che da istinto diventa coscienza, con la stessa semplicità.
 
3. «Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore...”. E l’angelo partì da lei» (cfr. Lc 1,38). Pensiamo ora a Maria rimasta sola in casa: sola di fronte a quella cosa enorme che le era stata proposta, detta.
Poteva dire: «Non ho sentito niente, era un’illusione!». Ma non avviene così. Da questo nasce il terzo fattore della maturità della fede: è l’energia, la forza per rimanere nel Signore, per permanere in ciò che si è visto.
Noi, invece, di fronte alla prima fatica, facciamo obiezione, diciamo: «Non è vero». Maria è sola, fa fatica, ma è “ferma”. La sua è una semplicità con una forza grande e semplice.
Persino Abramo si era lamentato, Mosè aveva tremato: Maria è certa nella sua solitudine. Maria è una fortezza, grande e semplice. Anche Giannetta, qui a Caravaggio, e Lucia a Fatima provarono la stessa solitudine, ma furono sorrette dalla stessa certezza, furono ferme. Semplicità impavida (cioè piena di emozione), che ha sfidato tutta la vita da sola con «quella cosa» che le era stata detta. Sola di fronte alla gente che non crede, di fronte al lavoro che deve fare: c’è la solitudine e c’è l’adesione sua al Signore.
Ciò che in noi non deve venire mai meno è l’adesione della nostra fede: quando le emozioni non ci sono più, quando non hai più la carica iniziale, quando gli amici non ci sono, ciò che deve rimanere è la nostra fedeltà all’adesione data a Cristo.
 
Quindi i tre elementi che distinguono la maturità della fede sono:
1. Coscienza di appartenere a un Altro (appartenenza con i propri pesi, i propri peccati, al Corpo visibile di Cristo, la Sua Chiesa).
2. Energia del «sì»: semplicità della libertà. Niente diventa obiezione. Semplicità che ci fa vivere da uomini coscienti. (Devi dire: «Sì», perché con i «ma» e i «però» non sarai mai convinto).
3. Fedeltà: energia per permanere nel Signore, nella sua Chiesa.

Ora leggo ciò che per me è il simbolo della nostra povera vita personale e collettiva, diversa da quella di Maria: «...Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo? ...Per la vostra poca fede. [rispose Gesù] ...Niente vi sarà impossibile...» (Mt 17,20).
Nel mondo d’oggi, noi, dal punto di vista di cristiani, siamo come epilettici: una volta pieni di emozione e un’altra freddi, senza speranza ed energia. Siamo fragili e volubili: questa fragilità e volubilità disfa la fede. Quindi la fede perde il suo fascino, la sua forza: «...chi mi segue avrà il centuplo quaggiù...» (cfr. Mt 19,29; Mc 10,29-30; Lc 18,29-30). Noi non siamo come chi ha perso la fede: siamo, invece, fragili e volubili. Qual è il mezzo per scacciare questo «demonio»? Anche Gesù lo dice: la preghiera e la penitenza, il digiuno.

La preghiera è il riconoscimento di qualcosa di più grande tra noi: Cristo tra noi. Con la preghiera Cristo ci diventa familiare. Avere coscienza di questa presenza (e questo è esaltante, è una profondità nuova perché è la coscienza di Dio che governa il nostro corpo) vuol dire espropriarsi, è perdersi, non possedere più niente: abbiamo tutto, ma siamo stati strappati da tutto. Questo è il digiuno: è il coraggio gustoso del sacrificio. Questo distacco da tutto fa nascere di più la passione per Cristo: ancora una volta, Maria sotto la croce è espropriata da ciò che le era stato dato. Infatti Gesù, rivolgendosi a lei dalla croce e indicandole Giovanni, dice: «Donna, ecco tuo figlio!» (Gv 19,26): più espropriata di così! Eppure lì possedeva ancora di più la coscienza della sua appartenenza.
Ma che cos’è, cristianamente parlando, il distacco nell’avere le cose? È la verginità: è l’ideale della vita cristiana, il possesso vero delle cose. È un valore da vivere in tutte le vocazioni. Questo coraggio del sacrificio fa possedere di più tutto, perché tutto appartiene a Cristo, come io appartengo a Lui.
Il sintomo della maturità della fede è la memoria, per cui Cristo, reso presente fra noi, diventa familiare a noi in ogni luogo (non solo in chiesa) e da ciò nasce il coraggio di possedere le cose nella verginità, come la Vergine Maria ci ha insegnato.

Luigi Giussani
Appunti dall’intervento al Santuario della Beata Vergine di Caravaggio, 3 giugno 1982



10 dicembre 2012

Presepe: Gesù è nato per tutti!!!

Grazie ad un'amica ho recentemente scoperto l'esistenza del presepe più grande del mondo (così dicono) e pensate un po' si trova in Liguria nelle splendide Cinque Terre e precisamente nel piccolo borgo di Manarola. Vi domanderete: ma come può un piccolo paesino realizzare un grande presepe?

Ho pensato di segnalarvelo perché io stessa sono andata a Manarola diverse volte, ma nessuno mi ha mai parlato di questa splendida opera, al che ho dedotto che sia alquanto sconosciuta, così come saranno sconosciuti migliaia di presepi conosciuti solo dagli abitanti del luogo. A questo proposito vi invito a segnalarli alla mia amica Annarosa su facebook: https://www.facebook.com/events/253322031463685/?notif_t=plan_user_joined



Tutto inizia 36 anni fa grazie alla creatività del signor Mario Andreoli che ha ideato e costruito il presepe. Il signor Mario ora è in pensione, ma nel 1976 quando iniziò quest'opera lavorava alle ferrovie, ha praticamente dedicato una vita alla sua realizzazione,  dopo 30 anni è stato in grado di coprire quasi tutta la collina delle Tre Croci di Manarola, ben 4000 metri quadri di vigne terrazzate. Nel 2007 finalmente è stato inaugurato e subito lo hanno giustamente inserito nel Guinness dei primati.  Pensate che per realizzarlo il sig. Andreoli ha usato circa 8 km di cavi elettrici, 15mila lampadine, circa 300 figurini a grandezza naturale tutti realizzati con materiali inutilizzati o riciclati e, giusto per restare in tema di ecologia, nel 2008 il presepe stesso è diventato ecologico, perché è stato costruito un impianto fotovoltaico appositamente per illuminare il presepe.

Ogni anno il presepe luminoso viene inaugurato nel giorno dell'Immacolata Concezione l'8 dicembre, ma quest'anno si è rischiato di non poterlo fare a causa della salute del signor Mario che risente degli acciacchi dell'età, ma anche a causa di un recente ricovero ospedaliero che lo ha debilitato.
Ma lo spirito non molla e Mario sostenuto dagli amici, ha potuto mantenere il suo impegno, grazie anche alla disponibilità dei volontari del Club Alpino di La Spezia, i quali hanno formato delle squadre per montare la capanna della Natività in cima alla collinetta trasportando anche le figure accatastate nel magazzino, e infine hanno steso i cavi che con le 15mila lampadine hanno fatto risplendere la collina delle Tre Croci.

Tutto quanto però sotto la direzione del signor Mario, che arrampicandosi tra una terrazza e l'altra ha indicato ai suoi aiutanti il punto preciso dove collocare ogni statua. Pensate che in tutti questi anni non ha mai fatto né una piantina né uno schizzo del tracciato, ha tutto in mente lui e dice che non serve, cosicché solo lui conosce i vari punti di giuntura dei fili ed i precisi settori del grande mosaico che sono alimentati ciascuno da una piccola stazione elettrica.

Che mente questo piccolo uomo!!!

Quest'anno poi all'inaugurazione hanno voluto illuminare il cielo a giorno perché il presepe ha avuto come corollario anche i fuochi pirotecnici.

Il presepe sarà visibile fino al 2 febbraio 2013.

28 febbraio 2012

E' iniziata la Quaresima


Ho intitolato il post Quaresima perché almeno tutti sanno cos'è o almeno si spera, il titolo originario di Pigi Colognesi era "Purificazione", ma mi sono chiesta: quanti si domanderanno cos'è e forse anche tra i cattolici praticanti che ben sanno cos'è, ci sarà qualcuno che ancora non ha chiaro il motivo per cui purificarsi, perciò tralascia o rimanda all'infinito questo momento. Mi piace molto come scrive questo giornalista, non usa mezzi termini arriva sempre chiaro all'obiettivo senza tentennamenti, non fa sconti a nessuno neanche a se stesso.

"Purificazione" di Pigi Colognesi
È cominciata la Quaresima. Sembrerebbe che la disposizione interiore consona a questo tempo liturgico – cioè la penitenza- sia, di questi tempi, favorita dalle circostanze esteriori. La crisi economica ci sta mettendo a stecchetto e, da più parti, si evidenzia come questo fatto ci suggerisca di cambiare stile di vita. Si parla del valore della sobrietà, della morigeratezza; ci si invita a riscoprire costumi alimentari, d’abbigliamento, di divertimento, di spesa più semplici, meno onerosi per le tasche, meno impegnativi nell’uso del tempo e, probabilmente, più sani per la salute. Ora che la crisi non ce lo permette più, abbiamo scoperto di essere una società di sovralimentati, di schiavi della moda, di assatanati per avere l’ultimo gadget tecnologico e per passare le vacanze nella località più trendy. È il tanto vituperato quanto agognato consumismo; e adesso che dobbiamo accettare gli anni delle vacche magre, riscopriamo il valore di qualche astinenza. Persino dalla intossicazione mediatica; come quel giornalista che ha eroicamente deciso di sconnettersi completamente dalla rete telematica per un’intera settimana; poi ci ha raccontato come se l’è cavata in quest’epica lotta per mostrare a se stesso di non essere un internet dipendente.
Siccome niente capita per caso, sono convinto che questo invito alla sobrietà che le circostanze ci offrono e/o impongono sia una buona occasione. Ma non si può ridurre a questo il senso della penitenza, così come la Quaresima ce la propone.
Prima di tutto perché è una penitenza forzata, imposta dall’esterno e assomiglia troppo al buon viso fatto a cattivo gioco. Non essendo frutto di una libera e ragionata decisione, resta superficiale e rischia di rimanere una parentesi in attesa di poter riprendere i comportamenti e gli stili di prima.
Ma ciò che manca del tutto a quest’aria di francescanesimo all’acqua di rose, di astinenza che assomiglia ad una disintossicazione, di rinuncia che sa tanto di impotenza è proprio quello che la tradizione cristiana chiede come primo passo: la coscienza del peccato. Il semplice tirar fuori questa scomoda parola fa capire tutta la differenza.
Il punto d’avvio della penitenza è infatti accorgersi che c’è qualcosa di colpevolmente sbagliato che deve essere «confessato», cioè coraggiosamente ammesso.
Dopo la dolorosa discesa nei gironi infernali e la faticosa salita sui cerchi del purgatorio, Dante arriva in cima alla montagna della purificazione, dove si trova il giardino dell’Eden. Qui assiste estasiato ad una straordinaria processione cui partecipa tutta quanta la storia della salvezza. Il culmine è un carro sul quale c’è una donna velata; il poeta sente che è l’amata Beatrice. Ma al suo cuore in tumulto la donna rivolge solo aspre parole di rimprovero. Dante resta impietrito, finché sotto l’incalzare di Beatrice, si scioglie in un pianto dirotto e umilmente confessa i suoi peccati, ammette di aver volto i propri passi «a via non vera/ imagini di ben seguendo false,/ che nulla promission rendono intera». Solo a questo punto l’amata gli mostra il suo volto d’impareggiabile bellezza. La vera penitenza è tutta qui. Benedetto XVI ha recentemente parlato più volte di purificazione. E per purificarsi bisogna avere il coraggio di ammettere che c’è qualcosa di sporco.

tratto da [ilsussidiario.net] 28 febbraio 2012

25 dicembre 2011

La tentazione del Natale



Per descrivere la nostra umanità e per guardare in modo adeguato noi stessi in questo momento della storia del mondo, difficilmente potremmo trovare una parola più adeguata di quella contenuta in questo brano del profeta Sofonìa: «Rallégrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele». Perché? Che ragione c’è di rallegrarsi, con tutto quello che sta accadendo nel mondo? Perché «il Signore ha revocato la tua condanna».
Il primo contraccolpo che hanno provocato in me queste parole è per la sorpresa di come il Signore ci guarda: con uno sguardo che riesce a vedere cose che noi non saremmo in grado di riconoscere se non partecipassimo di quello stesso sguardo sulla realtà: «Il Signore revoca la tua condanna», cioè il tuo male non è più l’ultima parola sulla tua vita; lo sguardo solito che hai su di te non è quello giusto; lo sguardo con cui ti rimproveri in continuazione non è vero. L’unico sguardo vero è quello del Signore. E proprio da questo potrai riconoscere che Egli è con te: se ha revocato la tua condanna, di che cosa puoi avere paura? «Tu non temerai più alcuna sventura». Un positività inesorabile domina la vita. Per questo - continua il brano biblico - «non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia». Perché? Perché «il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente». Non c’è un’altra sorgente di gioia che questa: «Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia» (Sof 3,14-17).
Che queste non sono rimaste solo parole, ma si sono compiute, è ciò che ci testimonia il Vangelo; nel Bambino che Maria porta in grembo, quelle parole sono diventate carne e sangue, come ci ricorda in modo commovente Benedetto XVI: «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti - un realismo inaudito» (Deus caritas est, 12). Ed è un fatto talmente reale nella vita del mondo che non appena Elisabetta riceve il saluto da Maria, il bambino che porta nel grembo – Giovanni – sussulta di gioia. Quelle del Profeta non sono più soltanto parole, ma si sono fatte carne e sangue, fino al punto che questa gioia è diventata esperienza presente, reale: «Ha sussultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,39-45).
Domandiamoci: il cristianesimo è un devoto ricordo o è un avvenimento che accade oggi esattamente come è accaduto duemila anni fa? Guardiamo i tanti fatti che i nostri occhi vedono in continuazione, che ci sorprendono e ci stupiscono, a cominciare da quel fatto imponente che si chiama Benedetto XVI e che ogni volta fa sussultare le viscere del nostro io. C’è Uno in mezzo a noi che fa sussultare il “bambino” che ciascuno di noi porta in grembo, nel nostro intimo, nella profondità del nostro essere. Questa esperienza presente ci testimonia che l’episodio della Visitazione non è soltanto un fatto del passato, ma è stato l’inizio di una storia che ci ha raggiunto e che continua a raggiungerci nello stesso modo, attraverso incontri, nella carne e nel sangue di tanti che incontriamo per la strada, che ci muovono nell’intimo.
È con questi fatti negli occhi che possiamo entrare nel mistero di questo Natale, evitando il rischio del “devoto ricordo”, di ridurre la festa a un puro atto di pietà, a devozione sentimentale. In fondo, tante volte la tentazione è di non aspettarsi granché dal Natale. Ma a chi è data la grazia più grande che si possa immaginare - vederLo all’opera in segni e fatti che Lo documentano presente - è impossibile cadere nel rischio di celebrare la nascita di Gesù come un “devoto ricordo”. Non ci è consentito! E non perché siamo più bravi degli altri fratelli uomini, non perché non siamo fragili come tutti, ma perché siamo riscattati di continuo da questo nostro venir meno per la forza di Uno che accade ora e che revoca la nostra condanna.
È solo con questi fatti negli occhi che potremo guardare il Natale che viene: non con una nostalgia devota, non col sentimento naturale che sempre provoca in noi un bambino che nasce e neppure con un vago sentimento religioso, ma in forza di una esperienza (perché tutto il resto non produce altro che una riduzione di “quella” nascita). Dove si rivela veramente chi è quel Bambino è in questa esperienza reale: il figlio di Elisabetta ha sussultato di gioia nel suo grembo. È il rinnovarsi continuo di questo avvenimento che ci impedisce di ridurre il Natale e che ce lo può fare gustare come la prima volta.

di don Julián Carrón 
pubblicato sull'Osservatore Romano del 24 dicembre 2011

25 aprile 2011

E' veramente una vita nuova la nostra. Siamo fatti creature nuove

Cari amici, augurandovi una Felice e Santa Pasqua vi dono uno stralcio dell'omelia del giorno di Pasqua del card. Angelo Scola.



[...] "La resurrezione è un seme fecondo che entra nel mondo, silenziosamente attecchisce per poi fiorire attraverso la catena dei testimoni. «E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (At 10, 38-41).
Perché Dio volle che si manifestasse non a tutto il popolo ma a testimoni prescelti? Qual è la ragione di questo metodo con cui il Risorto sceglie di manifestarsi al mondo? Perché dobbiamo fidarci di un piccolo gruppo di discepoli? Benedetto XVI ci offre una convincente risposta. Scrive il Papa: «La domanda riguarda, però, non soltanto la risurrezione, ma l’intero modo in cui Dio si rivela al mondo. … non è forse proprio questo lo stile divino? Non sopraffare con la potenza esteriore, ma dare libertà, donare e suscitare amore» (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, 305-306).
Emerge qui il grande valore del nostro essere in relazione. Il Risorto ci fa comprendere che la vera, più profonda conoscenza passa attraverso l’altro, anzi attraverso l’amore dell’altro. Solo l’amore è credibile e dà ragione di ogni cosa. Dal dono amoroso dei testimoni passa l’evidenza della fede. La loro esperienza è contagiosa, proprio come quella che ogni uomo sperimenta nei rapporti di autentico amore: «Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande le donne corrono a dare l’annuncio ai suoi discepoli» (Mt 28, 8). L’amore è fonte privilegiata di evidenza.
Come non riconoscere con umiltà, colmi di gioia pasquale, che da questo continuo rinnovarsi di rapporti non possiamo più prescindere? Se siamo soltanto un poco sinceri con noi stessi non è di questo che abbiamo ogni giorno bisogno? Anzitutto ognuno di noi, singolarmente preso, ha sete di buone relazioni a cominciare da chi gli è prossimo. Ma anche nella società civile in tutte le sue espressioni, massimamente in ambito politico, sentiamo la necessità di rapporti rinnovati costruttivi e reciprocamente rispettosi". [...] segue [Leggi l'intera omelia]



27 dicembre 2010

A che serve un Dio bambino?


Che bisogno abbiamo oggi, nel 2010, di un Dio bambino? In che senso è capace di darci un futuro perché possiamo guardare in avanti pieni di una speranza che Benedetto XVI ha definito “affidabile”?

L’annuncio del Natale quest’anno ci trova accorati e sgomenti di fronte ai numerosi segnali di malessere del corpo sociale cui apparteniamo. Durante la loro dolorosa ed estrema protesta, gli operai della Vinyls mi hanno detto: «Per noi il Natale non esiste se non esiste un futuro di lavoro», e si può ben capire questo loro dubbio angoscioso.

E cosa pensare dei giovani che, spesso ingannati circa la natura del desiderio che apre l’uomo alla realtà piena, si ritrovano senza ideali da difendere e senza prospettiva per il futuro? Da questo vuoto noi adulti non possiamo certo chiamarci fuori, spesso complici di una società che l’allarmante ultimo Rapporto Censisdefinisce “fragile, cinica, passivamente adattativa, condannata al presente”.

Paradossalmente è proprio qui che si incarna il Natale: Dio non ha avuto paura di “impastarsi” con le contraddizioni proprie della condizione umana. Diventando a noi familiare, più intimo a noi di noi stessi - come dice il grande Agostino -, ci sostiene nella dignità dei nostri affetti, del nostro lavoro e del nostro riposo. Ma la modalità con cui il Figlio di Dio viene a salvarci non è un rito magico, un meccanismo estrinseco e a noi estraneo: l’evento del Natale mette in moto la libertà degli uomini e quindi la loro responsabilità.

Perciò, tanto più in un momento di grave travaglio - non solo economico e politico - come quello che stiamo attraversando, il Natale ci urge a un risveglio, a un soprassalto di densità umana, che consiste nel “vivere relazioni buone come strada per costruire pratiche virtuose”.
Da dove cominciare? Dalle relazioni elementari e costitutive: i papà e le mamme offrano ai figli un senso chiaro della vita, una direzione di cammino. E che la scuola e tutte le altre agenzie educative facciano altrettanto. Nel mondo del lavoro e dell’economia il primato dell’uomo e della sua dignità si documenti dentro la quotidiana concretezza della vita relazionale. Questo domanda un equo profitto, che per la maggior parte dovrà essere reinvestito nell’impresa al cui utile, a vari gradi, possano partecipare tutti i dipendenti. La finanza dovrà tornare alla sua funzione originaria: assicurare futuro alla economia reale.

Servono politiche familiari efficaci e politiche immigratorie realistiche, ma magnanime, impegno serio per sconfiggere la miseria nel mondo e favorire la pace, difesa dell’effettiva libertà religiosa contro esecrande persecuzioni. E si potrebbe continuare l’elenco.

Sono segnali che urgono un’inversione di marcia - in termini cristiani si chiama conversione - per cui l’altro non sia vissuto come un potenziale nemico o come uno da cui difendersi e isolarsi, ma piuttosto come una risorsa, una grande occasione di maturazione e di crescita.

Il mistero del Natale ci dice che Dio, l’Altro per eccellenza, ha lasciato alle spalle la sua gloria per farsi racchiudere nell’umanità tenera e fragile di un bambino. «Perché la debolezza divenisse forte la fortezza si è fatta debole» (Agostino).

Per amore dell’uomo, Dio scende dal cielo e viene sulla terra. Nella sua vita in mezzo a noi, nelle relazioni buone e nelle pratiche virtuose instaurate con i suoi amici, Gesù ci ha mostrato il tipo di uomo da lui proposto. Un uomo capace di gratuità, uno cioè che ama per primo, senza pretendere nulla in cambio, che si commuove profondamente davanti al bisogno altrui - pensiamo alle guarigioni da Lui operate -, un uomo che, di fronte al nostro radicale bisogno di salvezza, dà la sua vita in croce per noi.
Dal Santo Natale ci arriva la pro-vocazione a non vivere più come se Dio non ci fosse familiare. Prendiamola sul serio, come fece Maria, come fece Giuseppe. In lui si vede bene quale sia la statura di un uomo che vive con Dio. Il modo misterioso e inaudito del concepimento di un figlio da parte della donna destinata a essere la sua sposa non diventa, per Giuseppe, un’obiezione ad amare, ma un’occasione per amare più profondamente.

Come ha detto domenica scorsa all’Angelus papa Benedetto, «in lui si profila l’uomo nuovo, che guarda con fiducia e coraggio al futuro, non segue il proprio progetto, ma si affida totalmente all’infinita misericordia di Colui che… apre il tempo della salvezza». Buon Natale.

Card. Angelo Scola, tratto da [ilsussidiario.net] 24 dicembre 2010

23 dicembre 2009

Il Natale scomodo di certi insegnanti




Occorre aggiornare l’elenco dei nemici del (Santo) Natale e, per quanto paradossale ciò possa apparire, collocare al primo posto dell’immaginaria relativa graduatoria la libertà d’insegnamento, secondo la vulgata di uno sparuto gruppo di suoi maldestri titolari. Dice infatti la cronaca che, nella città di Cremona, un maestro, evidentemente insensibile agl’imperativi del risparmio energetico, ha tentato di sostituire le festa di Gesù Bambino con una non meglio precisata “Festa delle luci”, mentre a Cagliari due maestre, meno creative, ma altrettanto sensibili ai dettami del multiculturalismo, si sono limitate ad impedire alle scolaresche di partecipare ad una festa di Natale organizzata in collaborazione con altre scuole del quartiere nonché, par di capire, con alcuni rappresentanti dell’amministrazione comunale. L’intento dichiarato è stato, nei due casi, quello di non arrecare disagio agli alunni appartenenti ad altre religioni, e per legittimare la decisione si è invocato il principio della libertà d’insegnamento.

In entrambe le circostanze, insieme agli alunni, ai docenti, agli organizzatori e all’incolpevole Gesù Bambino, assurgono al ruolo di protagonisti i due dirigenti scolastici, ma con stili diversi e quasi contrapposti. Quello padano, al corrente di quanto andava maturando in una classe del suo istituto, è prontamente intervenuto a vietare l’incongrua iniziativa; la dirigente cagliaritana, dopo avere confessato che niente sapeva della decisione presa dalle maestre, le ha giustificate, considerando la loro iniziativa come espressione della libertà d’insegnamento e dell’autonomia didattica garantite dalla legge.

Chi ne avesse la voglia potrebbe trovare, nel guazzabuglio di norme che regolamentano la nostra scuola, e nelle prassi consolidate, argomenti a difesa di tutti e due i dirigenti oppure a condanna, con pari plausibilità, almeno sul piano formale. E questo non ci pare problema di poco conto, se consideriamo che dentro questo mondo scolastico dagli assetti funzionali così incerti e contraddittori vanno i nostri figli, ad apprendervi, tra le altre cose, l’educazione alla cittadinanza e al rispetto delle regole, che, come si sa, abbisognano di una cornice di principi e di criteri stabile e precisa.

Non è dato sapere se l’operato dei due dirigenti o quello di uno solo dei due (quale?), formerà oggetto di verifica ispettiva né quali ne saranno le risultanze, e nemmeno se l’operato dei docenti sarà anch’esso sottoposto ad analoga indagine. Nel frattempo, leggeremo sui giornali una dichiarazione del ministro più o meno indignata o perplessa e quelle, ovviamente bipartite, di due pedagogisti, i quali esprimeranno sui due casi giudizi di opposto tenore. E intanto qualcuno, volendo chiarire le cose, salirà in cattedra a spiegare che la questione rientra fra gli eventi resi possibili dal pluralismo delle società complesse, rinfocolando incertezze e confusione.

Ma la confusione invade anche la didattica, quando tra i percorsi dell’educazione interculturale figura il divieto di partecipare ad un’esperienza capace di far conoscere aspetti significativi di una religione diversa dalla propria. Andava semmai favorita e organizzata, a completamento del percorso formativo, un’esperienza inversa tesa a far conoscere ai nativi la religione dei migranti. Si dice che la contraddizione sia la morte del filosofo, ma le cose non vanno meglio quando a contraddirsi è l’insegnante, giacché ne va di mezzo l’efficacia dell’azione educativa.

C’è da chiedersi inoltre se, su un passaggio così importante come quello della censura nei riguardi della tradizione natalizia nostrana, profondamente radicata nella mente e nel cuore dei nostri bambini, si sia aperto il confronto, imprescindibile, con le famiglie degli alunni, anch’esse titolari di doveri e di diritti nel campo dell’educazione, e se la decisione delle maestre facesse riferimento a qualche documento interno avente per oggetto la programmazione educativa.

Se avevano tralasciato questi passaggi, qualcuno, il dirigente della scuola, doveva richiamarli e rammentarglielo, posto che la libertà d’insegnamento non è un privilegio concesso per sollevare i docenti dalla fatica del dialogo e del confronto all’interno della comunità scolastica, ma la condizione indispensabile per poter operare nel miglior modo possibile nell’esclusivo interesse dell’allievo.

di Gabriele Uras, tratto da ilsussidiario.net, 23 dicembre 2009

08 aprile 2009

Ritorna la Pasqua


Mons. Massimo Camisasca con una splendida riflessione ci introduce al Mistero Pasquale.


Ritorna la Pasqua. La Chiesa ci fa rivivere ogni anno tutti i misteri della vita di Cristo. Sa benissimo che noi abbiamo bisogno di molto tempo per entrare dentro i fatti, che siamo spesso distratti proprio di fronte alle cose più importanti, che siamo sopraffatti dai nostri pensieri, preoccupazioni, e anche dalle nostre passioni.
Per questo ritorna la Pasqua. Per aiutarci ad entrare in un avvenimento che in realtà non riguarda soltanto alcuni giorni dell’anno, ma tutta la nostra vita. Che cosa è la Pasqua? è la resurrezione di Gesù. I giorni della passione, infatti, conducono lì. Senza resurrezione la passione sarebbe stata soltanto l’altissimo e spropositato gesto di condivisione del nostro male, compiuta dall’uomo più buono della terra. è soltanto la resurrezione che illumina tutto di una luce nuova e assolutamente originale. Colui che è stato morto è ora vivo, e vive per sempre.
La resurrezione di Gesù inaugura dunque la sua contemporaneità ad ogni istante della nostra vita. Non siamo più soli. Anche le presenze degli uomini, che tante volte sembrano lasciare intatta la nostra solitudine, nella prospettiva della resurrezione acquistano una luce e una forza nuova. Perché il risorto è Gesù di Nazareth, che obbediente al Padre fino alla morte, e alla morte di croce, in grazia proprio di questa sua obbedienza, è stato restituito alla vita, alla vita che non finisce, perché è la vita di Dio.
Non siamo più soli nel mondo. Questo è il grande annuncio della Pasqua. Esso si manifesta dentro di noi innanzitutto come capacità di uno sguardo nuovo. In certe giornate sembra che tutto vada storto, che ci sia soltanto il male, che le gelosie e le rivalità degli altri non facciano altro che schiacciarci… Può anche essere così, qualche volta. Ma queste giornate nere sono spesso il frutto della nostra chiusura di fronte alla presenza operante di Dio. Non sappiamo più vedere i segni della sua azione. La Pasqua invece inaugura nella nostra vita una nuova capacità di vedere. Dobbiamo innanzitutto chiederci: perché queste persone accanto a me? Perché mio marito, mia moglie, i miei figli, i miei amici? Prendiamo sul serio l’ipotesi che siano stati messi al nostro fianco proprio da Dio per aiutarci a camminare verso di lui. E i doni che abbiamo ricevuto, li ricordiamo ancora? La vita, la fede, l’incontro con coloro che ci hanno permesso di crescere, di diventare adulti, per molti di noi l’incontro con don Giussani e con il Movimento, le occasioni che Dio ci ha dato per incontrarlo nei piccoli, nei poveri, nei più semplici, e infine in tutti coloro che in un modo o in un altro ci hanno provocato a rompere lo schermo dell’abitudine.
La vita è fatta di incontri. Anche questi giorni di passione e di luce ce lo hanno testimoniato. L’incontro con Gesù ha cambiato la vita di tanti. Pensiamo alla Veronica, al Cireneo, al ladrone pentito, al centurione. Ma anche a Barabba, a Pilato, Giuseppe d’Arimatea, e dopo la resurrezione, la Maddalena, Pietro, Giovanni, i discepoli di Emmaus.
L’incontro con Gesù non li ha lasciati più come prima. Grandi romanzieri di tutti i tempi hanno cercato di immaginare cosa sia successo loro. Sono nate le opere letterarie sulla Veronica, su Barabba, su Disma. Lo stesso può succedere a noi. Non certo di diventare protagonisti di un romanzo, ma qualcosa di molto più importante: di diventare protagonisti della storia di Gesù. Attraverso la resurrezione, attraverso il dono del suo spirito, Gesù lega a sé la nostra vita. Istante dopo istante, quello che viviamo non ha più soltanto il senso comune del susseguirsi dei momenti. è una vita per lui, donata a lui, è una domanda di conoscerlo, di vederlo, è una domanda che il nostro cuore sia cambiato per potere amare gli altri come lui li ha amati. Lo ha scritto bene san Paolo in una lettera ai cristiani di Corinto: «Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e resuscitato per loro. Se uno è in Cristo, è una creatura nuova, le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove». (2Cor 5,15-17)

Nella foto: una formella della Via Crucis della cappella della casa di formazione a Roma. Foto di Elio e Stefano Ciol

24 dicembre 2008

L'attesa del Natale



Eccomi al mio primo post su questa piattaforma e, non è un caso, proprio nel giorno della vigilia del Santo Natale.
Il Natale è la ri-nascita dell'umano, di quel Dio-bambino che per noi si è fatto carne.

Il Santo Padre in settembre a Parigi nel discorso al Collège Des Bernardins ha detto che "[...] l'annuncio cristiano è la possibilità di dire a tutti i popoli: Egli si è mostrato Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell'annuncio cristiano non consiste in un pensiero, ma in un fatto. Egli si è mostrato. Il fatto è ragionevole. Certamente occorre sempre l'umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l'umiltà dell'uomo per poter rispondere all'umiltà di Dio.[...]"
Ma quanti vivono veramente il Natale? In quali cuori alberga la trepida attesa di colui che viene? Fa riflettere come molti hanno ridotto il Natale ad un fatto consumistico, ci si scambia gli auguri, si fanno i doni e a volte si aspetta solo Babbo Natale (uomo o donna), ma Lui il festeggiato dov è?

Ci aiuta in questa riflessione un bell'articolo di Marina Corradi pubblicato su Tempi il 17 dicembre: Auguri, sì, ma auguri di che cosa?
Se non percepiamo più il buio possiamo ancora desiderare la luce? Nei negozi del corso suona Jingle bells, ma quale attesa, quale speranza, stanno alla radice del nostro festeggiare, è memoria ampiamente smarrita.
Nevica a Milano, e dopo un’ora la neve è fango grigio. In corso Buenos Aires quest’anno le luci natalizie sono sottili, fioche. Nei negozi suonano Jingle bells, e le vetrine traboccano di roba ma pochi sembrano avere voglia di comprare. Si cammina veloci e intabarrati nel freddo umido, dentro alla notte che già alle quattro cala. Soltanto dieci giorni al solstizio d’inverno. Siamo nel fondo del buio.E ovunque entri canzoni di Natale, e scritte di auguri, e Babbi con la barba e il sacco colmo. Ma è come falsamente gaia, scarsamente convinta la macchina natalizia nella crisi. Buon Natale, Buone feste, ripetono gli spot dei panettoni coi bambini biondi che cantano. Auguri, ripetono. Auguri. Ma auguri, in realtà, di che cosa?Se lo si chiedesse ai passanti di corso Buenos Aires che in fretta si inabissano per le scale del metrò, alzerebbero le spalle. Si dice “auguri” a Natale, e cosa importa il perché? C’era un perché, forse, ma ce ne siamo scordati.
Chissà, ti chiedi, com’erano le città quando solo le candele rischiaravano l’inverno di una luce tremante. Come doveva essere oscuro dicembre nelle strade, e che sollievo dava al passante anche il riverbero di un fuoco. Come straordinarie dovevano apparire, nella notte santa, le chiese rischiarate dalle candele della festa. Ma ora non conosciamo più il buio, e non ci stupiamo più della luce. Avendo dimenticato quanto tenebrose e fredde erano le notti a Natale, un’altra memoria ci sta venendo a mancare, che in quelle tenebre, nel muto ma evidente linguaggio dei segni, si specchiava. Benedetto XVI ha detto che «Avvento è attesa. La notte oscura del male è ancora forte». Pregava, ha ricordato il Papa, l’antico popolo di Dio in queste settimane: «Rorate coeli desuper», stillate, cieli, dall’alto. L’acqua, come la luce, metafora di Cristo, da mendicare a mano tesa nel buio. Nelle tenebre lunghe di dicembre gli uomini ritrovavano l’eco di un buio interiore di cui ancora erano consapevoli. E istintivamente desideravano una luce che rischiarasse la strada – la nordica santa Lucia è una festa di luce. Si aspettava l’annuncio portato da una stella: la morte non aveva vinto, un bambino era nato, ad annientare l’antica nemica. E già pochi giorni dopo il Natale ecco, il sole iniziava a riprendere la sua lenta salita. Ma se, dimentichi di cosa sia il peccato e ancora più inconsapevoli di un male originale da cui essere salvati, non percepiamo il buio, possiamo ancora desiderare la luce?
Nei negozi del corso suona, suona, suona Jingle bells. Auguri, auguri, ma auguri di che? La giovane commessa con la imbronciata faccia da bambina truccata sembra non saperlo e non chiederselo, mentre impila pigiami rossi con le renne stampate. Si dice auguri, a Natale. Ma quale attesa, e quale speranza, stanno alla radice del nostro festeggiare, è memoria ampiamente smarrita. La coscienza del buio, l’attesa di un redentore sono per molti resti di catechismo, angoli di ricordi infantili. Auguri, auguri. Ma senza più sapere di che. Nella forzosa allegria in qualcuno preme una inconfessata tristezza. Regali, tavole imbandite, compagnia – eppure qualche cosa manca.