Vincent Van Gogh - Notte stellata sul Rodano - particolare (Musée d’Orsay, Parigi)

04 luglio 2009

Chesterton beato?

Pochi non conoscono lo scrittore Gilbert Keith Chesterton, giornalista, poeta e scrittore londinese. Anglicano, a 48 anni si convertì al cattolicesimo grazie all'amicizia con un sacerdote irlandese, padre John O'Connor, a lui Chesterton si ispirò per dar vita al personaggio principale di molti suoi libri da cui nacque in seguito anche ad una lunga serie di film: padre Brown.
Ma pochi sanno che grazie a lui molte altre persone si sono convertite.

Una sua celebre frase ben si adatta al gossip politico imperante di questi tempi:
Se c'è qualcosa di peggio dell'odierno indebolirsi dei grandi principi morali, è l'odierno irrigidirsi dei piccoli principi morali.
Proprio oggi in Gran Bretagna si parla di lui e della sua santità.

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Cesterton beato?
di Lorenzo Fazzini tratto da [Avvenire] 3 luglio 2009


Chissà se dovremo chiamarlo S. GKC. Se con le ultime tre lettere viene abbreviato il suo appellativo, quella «S.» potrebbe stare per «San». E in questo modo la verve polemica e la scrittura folgorante di Gilbert Keith Chesterton arriverebbero direttamente sugli altari di Santa Romana Chiesa.

A questo aspira l’incontro promosso domani, sabato 4 luglio, dalla società letteraria a lui dedicata in Gran Bretagna: verificare se quell’indicazione di «persona santa» che il cardinale Emmett Carter gli assegnò post-mortem possa valere del tutto. «La santità di G.K.Chesterton» è il titolo del convegno che si terrà nella cappellania cattolica della Oxford University a St. Aldate’s. I relatori sono di massimo prestigio nel campo degli studi chestertoniani: ad aprire i lavori sarà il presidente della Chesterton Society inglese, William Oddie, che parlerà su «Fede, speranza e carità: le virtù fondamentali di Chesterton», con riferimento alla pratica «eroica» delle virtù che la Chiesa domanda come requisito per aprire una causa. A seguire Sheridan Gilley analizzerà la «santità di GKC come giornalista», mentre padre Ian Kerr si concentrerà sulla relazione tra «humour e santità» nell’inventore di padre Brown. Il pomeriggio vedrà il domenicano Aidan Nichols indagare sulla possibile dimensione di «padre della Chiesa» del romanziere britannico. Già papa Pio IX, alla sua morte, inviò un telegramma alla famiglia ricordando Chesterton come «grande difensore della fede cattolica». Affermazione che fa dire a Oddie: «Questo suona quasi come una sorta di informale dichiarazione che Chesterton è stato un Dottore della Chiesa».

Ma c’è anche chi non pensa di vedere l’autore di Ortodossia come beato: il giornalista inglese A.N. Wilson (che di recente sulla rivista progressista New Statesmen ha dichiarato di essersi convertito al cattolicesimo) considera «assurda e bizzarra» tale possibilità. Ma i «chestertoniani» di ferro scaldano i motori in vista dell’assise di Oxford: «Penso ci sia una grande evidenza della santità di Chesterton: le testimonianze sul suo conto parlano di una persona di grande bontà e umiltà, un uomo senza nemici», spiega ad Avvenire Dale Ahlquist, presidente dell’American Chesterton Society con sede a Minneapolis. «La sua grandezza sta anche nel fatto che presentava una prospettiva cristiana ad un uditorio laico. I suoi libri (Ortodossia, San Francesco d’Assisi o San Tommaso d’Aquino per citarne alcuni) sono brillanti presentazioni della fede cristiana». Ahlquist punta anche sulla conoscenza che l’attuale pontefice ha del narratore inglese: «Benedetto XVI ha letto e citato Chesterton. La gente sta iniziando a capire che la sua analisi profetica sul nostro tempo è notevole».

Lo stesso Oddie, dalle colonne di The Catholic Herald, giornale cattolico britannico, racconta un aneddoto significativo: «L’anno scorso, all’annuale conferenza dell’American Chesterton Society, mi è stato chiesto a che punto fosse la causa di beatificazione di Chesterton. Dissi che non c’era nessuna causa. L’uditorio reagì con incredulità. Io replicai che per aprire un iter di beatificazione ci deve essere un’evidente fama di santità. Un uomo si alzò e, indicando i 500 presenti, disse: perché pensa che siamo qui?». Tra gli ammiratori di GKC ve ne sono alcuni, poi, che proprio grazie a questo convertito hanno (ri)scoperto la fede. Joseph Pearce, docente di letteratura all’Ave Maria University in Florida e autore di diversi saggi sui «convertiti letterari» (C.S. Lewis, J. H. Newman, J.R. Tolkien e altri), è uno di questi: «incontrò» GKC in una prigione inglese, incarcerato in quanto xenofobo. E la razionalità spirituale del suo argomentare lo convinse a diventare cattolico. «Chesterton è all’origine anche della mia conversione», conferma Alhquist.

Ma quali sono gli elementi della personalità di GKC che lo potrebbero condurre agli onori dell’altare? Nel suo saggio su The Catholic Herald Oddie ne indica alcuni. Anzitutto, l’adesione completa a Dio, concretizzatosi con la conversione al cattolicesimo nel 1922: «C’è un momento, nella vita di molti santi, in cui la crisi personale viene seguita da un incontro personale con Dio che causa un cambiamento completo». Poi, il senso di pentimento: Oddie svela un verso inedito di Chesterton, trovato mentre preparava il suo libro Chesterton and the Romance of Orthodoxy: «C’è un segreto per la vita/il segreto di una constante espiazione». Poi, la costante ricerca di Dio dell’autore di L’uomo che fu Giovedì. Ascoltiamo le parole ­inedite - dell’interessato, da un poema intitolato The walk : «Hai mai saputo cosa è camminare/lungo una strada dentro un certo pensiero/in cui tu potresti immaginare di poter incontrare Dio ad ogni punto del cammino?».

Una ricerca quasi mistica, come testimoniò un suo amico, Rann Kennedy, al biografo Maisie Ward: «Gilbert era sempre impegnato con un mondo 'altro'. Per spiegare chi era dobbiamo ricorrere alla categoria degli eremiti. Era innocente, semplice, profondamente umile. Gioiva di una perpetua eucaristia del desiderio». Rimarca ancora Oddie, riferendosi ai mitici scontri di Chesterton con intellettuali atei come H.G. Wells e George Bernard Shaw: «Odiava l’eresia, ma aveva una straordinaria capacità di amare l’eretico». E l’amico scrittore Hilaire Belloc diceva: «Non solo capiva le qualità dei suoi oppositori, ma anche le ammirava. Per questo è stato universalmente amato».

17 giugno 2009

Fecondazione

Un tempo lo slogan era "l'utero è mio e lo gestisco io", ora si potrebbe dire "il figlio è mio e deve essere come lo voglio io: su misura". Recentemente in Svezia è stato concesso ad una madre di abortire una bimba solo perché voleva un maschio, ora in Irlanda a causa di un errore nella fecondazione assistita nasce un bimbo dalla pelle scura e i genitori sono bianchi. Dicono che non c'è limite al peggio, dove arriveremo con questa pretesa del figlio su misura?

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Il bambino di colore e la discriminazione del “clinicamente corretto”
di Carlo Bellieni (neonatologo) tratto da [ilsussidiario.net] 17.6.2009


"In Irlanda una coppia ha concepito in vitro un bimbo, ma per errore l’ospedale avrebbe usato spermatozoi di un donatore africano, determinando la nascita di un bimbo dalla pelle scura.

Il fatto di cronaca dello scambio di spermatozoi in una fecondazione in vitro non è nuovo e sarebbe preoccupante etichettarlo come l’ennesima prova dei limiti della fecondazione in vitro, perché sarebbe considerare “un fallimento” aver avuto un figlio di colore: sarebbe stato un fallimento clinico se la coppia avesse usato il proprio seme e questo fosse stato scambiato con quello di un estraneo, ma qui già si sapeva che il seme non era del padre. Quindi qui l’unico “nocumento” è il colore della pelle, e ci rifiutiamo di pensarlo come tale.

Quello che ci preoccupa allora è che qualcuno si inalberi perché la “richiesta su misura” non sia riuscita. Quello che colpisce è infatti la reazione: si voleva il figlio uguale a sé e ora si è persi, disorientati. Il padre dice che l’errore ha fatto nascere un figlio con la pelle scura che soffrirà perché sarà trattato in maniera discriminatoria dagli altri bambini. Ma ci riesce difficile credere che in Europa oggi qualcuno venga bullizzato per il colore della pelle. In Italia non accade e se accade chi ci prova viene giustamente punito. Nel civile Regno Unito le cose starebbero peggio che da noi?

Altro segnale di disorientamento è sentir dire che «alla madre viene chiesto se ha avuto una relazione con un altro uomo, mentre il padre teme che quando dirà la verità al bambino questi la rifiuterà». Ma oggi è normale vedere coppie con figli di etnia diversa per le possibilità adottive; e non c’è angoscia nello spiegare al figlio – vedi gli adottati – che i suoi genitori non sono precisamente il suo papà e mamma.

Dunque il segnale di disorientamento dei genitori al non veder corrisposte le proprie aspettative emerge chiaro.

In fondo il caso è solo la storia di un bambino “speciale” e dei problemi di suo padre che lo voleva diverso. In realtà dire “solo” è riduttivo: è un film già visto: quanti padri hanno avuto figli “speciali” e quanti sono rimasti delusi… ma pensavamo che avere un figlio “diverso” e viverlo come una delusione fosse un film del secolo scorso.

Insomma, il problema della fecondazione in vitro fa emergere un problema ben più grave: il figlio su misura: si sceglie il sesso, l’incarnato e si eliminano senza ripensamenti quelli che non ci sono venuti bene! O si denuncia. Ma cosa c’è di strano, dato che questo è il criterio con cui, in maniera “meno sottile” si eliminano i figli non voluti o venuti “male” dopo una ricerca al setaccio (screening) prenatale, mentre ormai stanno crescendo nell’utero di mamma? La fecondazione in vitro è solo un segno: il problema vero è più sotto".

28 maggio 2009

Dedicato


Questo post è dedicato alla giovane amica che mi ha fatto aprire il blog, ispirandomi anche nella scelta del titolo.
Cento di questi giorni cara, felice compleanno, e grazie di esserci.

23 maggio 2009

Cosa resta vivo di Pisacane?

Giorni fa si è fatto un gran chiasso perché una scuola elementare romana intitolata a Pisacane aveva deciso di cambiare il nome a favore di un pedagogista giapponese.
Chi si ricorda di Pisacane e dei suoi "eran trecento, eran giovani e forti" che morirono in nome di un'utopica libertà socialista? Probabilmente nessuno.
In nome di un multiculturalismo fasullo si rivede la storia a proprio piacimento, un po' come chi a Milano vuole assegnare a degli stranieri l'Ambrogino, il mitico premio nato per quei milanesi che hanno eccelso in qualcosa di importante per la loro città.
Su questa faccenda di Pisacane, eccovi cosa ne pensano il mio amico Berlicche e Pigi Colognesi in un editoriale tratto da Il sussidiario.net

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Berlicche
Sarò cattivo.
Il nome Pisacane è stato dato dall’elite massonica che governava la città centovent’anni fa. In spregio ai cattolici, diedero alle scuole i nomi dei maggiori oppositori allo Stato Pontificio, compreso quello di un cretino e illuso come Pisacane che tentò una rivoluzione velleitaria armi in pugno e finì ammazzato – e, data la sua preparazione, non poteva finire altrimenti. Peccato che con lui morirono anche altri innocenti, i soldati-contadini che lo affrontarono e quei deficienti che lo seguirono. Un bell’esempio per la gioventù: un Che Guevara un poco più sfigato.
Adesso quella stessa elite si è prima comunistificata, e Pisacane andava ancora, e poi ha perso Marx e ogni altro riferimento. Le sono rimaste idee confuse, sessantottine, e non credendo più neanche nel pan cotto non le sono rimaste che confuse teorie pedagogiche. Makigughi per costoro è più reale di Pisacane, perché a forza di sradicare hanno sradicato le proprie radici, anche quelle cattive. Non è questione di multiculturalismo, è questione che non si sa chi si è. E quando non si sa chi si è, sono gli altri a dirti chi sei.


di Pigi Colognesi tratto da [ilsussidiario.net]

Il caso sembra ormai chiuso, ma vale la pena di trarne comunque qualche riflessione. Il caso è quello della scuola materna ed elementare di Roma che aveva deciso di cambiare il proprio nome: invece che all’eroe risorgimentale Carlo Pisacane, si sarebbe intitolata al pedagogista giapponese Tsunesaburo Makiguchi. Motivo? La scuola è frequentata in gran parte da stranieri; ragion per cui risulterebbe più accettabile uno studioso nipponico (siamo nell’epoca della globalizzazione, no?) che un patriota italiano. Proprio su queste motivazioni si sono appuntate aspre critiche: così si perde l’identità nazionale, non è questa la strada giusta per l’integrazione degli stranieri, eccetera. La scuola ha fatto retromarcia e Pisacane dovrebbe rimanere al suo posto.

Viene subito da pensare che Makiguchi e Pisacane sono accomunati da un dettaglio non irrilevante: sono entrambi pressoché sconosciuti - alzi la mano chi ne sa di più sull’italiano che non sul giapponese - e quindi l’uno vale l’altro. Ma sarebbe una conclusione affrettata. L’intitolazione di uno spazio pubblico, infatti, riveste un carattere simbolico, la cui importanza sembra a prima vista sfuggire, ma è molto importante. A fine Ottocento, per esempio, molti consigli comunali italiani dedicarono numerose sedute e affrontarono scontri politici rilevanti al solo scopo di intitolare una strada o una piazza a Giordano Bruno. L’intento era chiaro: i fautori di questa scelta non erano interessati alla sorte del frate bruciato a Roma nel 1600; a loro interessava porre un inequivocabile segno di anticlericalismo negli spazi comuni della convivenza civile. Tutti quelli che avrebbero visto il nome di quella piazza o scritto su una lettera l’indirizzo «via Giordano Bruno» avrebbero pensato a quanto fosse stata scellerata la Chiesa cattolica e tratto le debite conseguenze. Insomma, è per un interesse presente che si decide di celebrare questo o quel personaggio del passato.

Ma allora occorre che l’interesse presente sia realmente vivo e vissuto. Altrimenti il valore passato che si vuole celebrare (in questo caso la – presunta – identità nazionale sgorgata dal risorgimento) e il personaggio che lo incarna (in questo caso Pisacane) non restano altro che reperti archeologici, del tutto insignificanti.

La piazza principale del paese dove ho fatto le scuole elementari è dedicata a Quintino di Vona, un militante antifascista lì fucilato nel 1944. All’approssimarsi del 25 aprile ci portavano a celebrarne la memoria. Quello che risultava convincente non era la retorica antifascista, ma la storia di sacrificio incarnata da Di Vona che i nostri vecchi ci raccontavano e, soprattutto, il loro volto commosso al suo ricordo. Un presente, insomma.

La Chiesa cattolica è una delle più gelose custodi della propria storia, del proprio passato. Non esiste un edificio sacro che non sia intestato ad un santo o un altare che non ne abbia una reliquia; le loro vicende sono continuamente raccontate e celebrate nell’anno liturgico. Ma è solo la partecipazione presente a quello che essi hanno vissuto a renderne interessante la memoria. Se così non fosse, saremmo cultori di cose morte, necrofili.

La domanda è, dunque, cosa resta vivo di Pisacane?