Vincent Van Gogh - Notte stellata sul Rodano - particolare (Musée d’Orsay, Parigi)

23 dicembre 2009

Il Natale scomodo di certi insegnanti




Occorre aggiornare l’elenco dei nemici del (Santo) Natale e, per quanto paradossale ciò possa apparire, collocare al primo posto dell’immaginaria relativa graduatoria la libertà d’insegnamento, secondo la vulgata di uno sparuto gruppo di suoi maldestri titolari. Dice infatti la cronaca che, nella città di Cremona, un maestro, evidentemente insensibile agl’imperativi del risparmio energetico, ha tentato di sostituire le festa di Gesù Bambino con una non meglio precisata “Festa delle luci”, mentre a Cagliari due maestre, meno creative, ma altrettanto sensibili ai dettami del multiculturalismo, si sono limitate ad impedire alle scolaresche di partecipare ad una festa di Natale organizzata in collaborazione con altre scuole del quartiere nonché, par di capire, con alcuni rappresentanti dell’amministrazione comunale. L’intento dichiarato è stato, nei due casi, quello di non arrecare disagio agli alunni appartenenti ad altre religioni, e per legittimare la decisione si è invocato il principio della libertà d’insegnamento.

In entrambe le circostanze, insieme agli alunni, ai docenti, agli organizzatori e all’incolpevole Gesù Bambino, assurgono al ruolo di protagonisti i due dirigenti scolastici, ma con stili diversi e quasi contrapposti. Quello padano, al corrente di quanto andava maturando in una classe del suo istituto, è prontamente intervenuto a vietare l’incongrua iniziativa; la dirigente cagliaritana, dopo avere confessato che niente sapeva della decisione presa dalle maestre, le ha giustificate, considerando la loro iniziativa come espressione della libertà d’insegnamento e dell’autonomia didattica garantite dalla legge.

Chi ne avesse la voglia potrebbe trovare, nel guazzabuglio di norme che regolamentano la nostra scuola, e nelle prassi consolidate, argomenti a difesa di tutti e due i dirigenti oppure a condanna, con pari plausibilità, almeno sul piano formale. E questo non ci pare problema di poco conto, se consideriamo che dentro questo mondo scolastico dagli assetti funzionali così incerti e contraddittori vanno i nostri figli, ad apprendervi, tra le altre cose, l’educazione alla cittadinanza e al rispetto delle regole, che, come si sa, abbisognano di una cornice di principi e di criteri stabile e precisa.

Non è dato sapere se l’operato dei due dirigenti o quello di uno solo dei due (quale?), formerà oggetto di verifica ispettiva né quali ne saranno le risultanze, e nemmeno se l’operato dei docenti sarà anch’esso sottoposto ad analoga indagine. Nel frattempo, leggeremo sui giornali una dichiarazione del ministro più o meno indignata o perplessa e quelle, ovviamente bipartite, di due pedagogisti, i quali esprimeranno sui due casi giudizi di opposto tenore. E intanto qualcuno, volendo chiarire le cose, salirà in cattedra a spiegare che la questione rientra fra gli eventi resi possibili dal pluralismo delle società complesse, rinfocolando incertezze e confusione.

Ma la confusione invade anche la didattica, quando tra i percorsi dell’educazione interculturale figura il divieto di partecipare ad un’esperienza capace di far conoscere aspetti significativi di una religione diversa dalla propria. Andava semmai favorita e organizzata, a completamento del percorso formativo, un’esperienza inversa tesa a far conoscere ai nativi la religione dei migranti. Si dice che la contraddizione sia la morte del filosofo, ma le cose non vanno meglio quando a contraddirsi è l’insegnante, giacché ne va di mezzo l’efficacia dell’azione educativa.

C’è da chiedersi inoltre se, su un passaggio così importante come quello della censura nei riguardi della tradizione natalizia nostrana, profondamente radicata nella mente e nel cuore dei nostri bambini, si sia aperto il confronto, imprescindibile, con le famiglie degli alunni, anch’esse titolari di doveri e di diritti nel campo dell’educazione, e se la decisione delle maestre facesse riferimento a qualche documento interno avente per oggetto la programmazione educativa.

Se avevano tralasciato questi passaggi, qualcuno, il dirigente della scuola, doveva richiamarli e rammentarglielo, posto che la libertà d’insegnamento non è un privilegio concesso per sollevare i docenti dalla fatica del dialogo e del confronto all’interno della comunità scolastica, ma la condizione indispensabile per poter operare nel miglior modo possibile nell’esclusivo interesse dell’allievo.

di Gabriele Uras, tratto da ilsussidiario.net, 23 dicembre 2009

27 settembre 2009

Chi sostiene la famiglia italiana?

Oggi c'è stata la 2^ festa regionale delle famiglie numerose della Regione Lazio, ho sentito alla televisione un'intervista ad una delle tante famiglie presenti che solo in questa regione sono ben ventimila. Sentire la loro mamma che si definiva manager della sua famiglia e soprattutto vedere la gioia che sprizzava dagli occhi di ognuno dei sette figli della coppia, mi ha riempito il cuore di felicità.
E poi dicono che nessuno vuole più fare figli.


WELFARE/ La cattolica Italia vada a lezione da Francia e Germania
di Giorgio Vittadini
tratto da [ilsussidiario.net] 24 settembre 2009

In Francia, una politica economica fortemente orientata al sostegno delle famiglie impegnate nell'aiuto ad anziani e disabili, e nella crescita ed educazione dei minori, ha fatto sì che, anche nell’ultimo periodo di crisi, i consumi interni d’oltralpe non siano mai diminuiti. Per contro, non si può negare lo scarso peso che la famiglia ha nelle politiche economiche italiane di tutti gli schieramenti, al di là delle affermazioni di principio. In un suo recente lavoro, il professor Luigi Campiglio ha mostrato come la famiglia è un soggetto sociale, e anche economico, dove sono tenuti presenti equità ed efficienza. La famiglia è fattore di equità perché è un naturale ammortizzatore sociale capace di difendere e ridare forza alle cosiddette fasce deboli: i giovani in cerca di prima occupazione, gli anziani, i disabili, gli inabili, i disoccupati. Che nel nostro Paese la crisi non abbia raggiunto livelli apocalittici dipende anche dal fatto che esiste questo legame naturale dato dalla famiglia, che non è, come spesso si ritiene, un soggetto autoreferenziale, ma un insieme di persone che, esprimendo lo loro specifica personalità concorrono al bene di tutti, fulcro di ulteriori legami associativi, sociali, economici, religiosi. La famiglia è però anche fattore di efficienza perché forma, educa e finanzia continuamente il nuovo “capitale umano” fondamentale per lo sviluppo. C'è un altro aspetto, sottolineato da Campiglio, trascurato dal dibattito pubblico: una politica per la famiglia è fattore fondamentale anche per lo sviluppo di breve periodo. Nel nostro Paese, anche nel periodo pre-crisi 2000-2007, a fronte di un forte incremento delle esportazioni, il consumo interno ha sempre ristagnato costituendo la vera palla al piede dell’economia italiana. Non è strano se si tiene conto che, anche quando l’economia “tirava” mantenendosi competitiva a livello internazionale, le imprese italiane facevano fatica a tradurre in incrementi di salari e stipendi i risultati ottenuti. Vi sono certo molteplici ragioni da approfondire alla base di queste carenze, tra cui non può certamente mancare l’enorme pressione fiscale che, sotto le più diverse forme va a colpire in modo indiscriminato tutte le imprese, anche quelle che investono, occupano, esportano. In ogni caso, la conseguenza è che le famiglie più povere spendono il loro reddito quasi esclusivamente in consumi alimentari e abitativi. Mentre si devono trovare risposte di politica economica a riguardo di questo problema, non si può non ricordare che vi sarebbero strade alternative come quella francese. Chi non si riconoscesse nel sistema francese potrebbe fare riferimento al sistema tedesco dove questa essenzialità delle famiglie allo sviluppo è, pur con modalità differenti, sancita costituzionalmente e finanziariamente supportata con esiti positivi sulla stabilità e sullo sviluppo economico. È strano che in un Paese tradizionalmente cattolico e per decenni governato da un partito di ispirazione cattolica, la famiglia venga dimenticata nel suo valore economico. È uno degli esiti deleteri di una minorità culturale: chissà che nella Seconda Repubblica, finora avara di novità normative nel welfare, si riesca, per il bene di tutti, ad intraprendere la strada di un'evoluzione culturale, economica, sociale e politica in favore della famiglia.

11 settembre 2009

Adesso il mio incubo si chiama Ru486

Da sempre favorevole all’aborto, oggi Mara racconta il suo dramma. «Perché è ora che si indaghi su quello che succede negli ospedali»

di Benedetta Frigerio, tratto da [Tempi.it] 8 settembre 2009

«Me l’hanno dipinta come una pillola magica come per non lasciarmi alternative, così l’ho presa. Dopo cinque minuti mi hanno mandato a casa e li è iniziato il calvario». Mara (il nome è di fantasia) ha abortito utilizzando la pillola Ru486 due anni fa, quando ne aveva 26. Oggi che di aborto farmacologico si è ricominciato a parlare, dopo che l’Agenzia italiana per il farmaco ha approvato la commercializzazione della pillola, Mara scopre che quello che le è capitato non è un caso, che altre donne hanno sofferto come lei e che nel mondo si contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola. «Perché nessuno ne parla? Perché dicono di agire per il bene delle donne e ti spiegano che sentirai solo dei dolorini? Forse qualcuno ci guadagna qualcosa?», si chiede oggi questa donna che si dice a favore della libera scelta delle donne in tema di aborto. Quasi avida di sapere tutto ciò che riguarda il “farmaco incubo” (così lo hanno chiamato in Cina dopo averlo ritirato dal mercato perché troppo pericoloso), Mara accetta di raccontare la sua storia a Tempi perché «spero che si faccia un’indagine su quello che fanno negli ospedali». «Per abortire mi sono rivolta al Centro salute donna di Piacenza, lì lavora la dottoressa che mi ha proposto la Ru486. Durante il colloquio la possibilità dell’aborto chirurgico è stata appena accennata. Il medico diceva che era un metodo invasivo e che si corrono seri rischi d’infezione, mentre con la pillola sarebbe stato tutto più semplice e sicuro, al massimo avrei sentito dei fastidi». Che le cose non stavano proprio così Mara avrebbe dovuto scoprirlo sulla sua pelle.
Prima della decisione dell’Aifa del 30 luglio scorso le diverse sperimentazioni della pillola (tra cui quella dell’ospedale di Torino guidata dal ginecologo radicale Silvio Viale) furono sostituite da una pratica che di fatto aggirava il divieto di vendita e prevedeva l’acquisto dall’estero della pillola in via nominale per ogni paziente. Un procedimento applicabile per certi medicinali non ancora in commercio in Italia ma approvati dall’Ente europeo per il controllo sui farmaci. «Non capivo, ma mi sono fidata com’è normale. Precisavano che la pillola sarebbe arrivata dalla Francia e continuavano a ripetermi che sarebbe stata tutta per me. Mi dicevano: “Guarda, la confezione che compriamo è da tre pillole, ma è solo tua, ne usiamo una e le altre due le buttiamo”. Su questo dettaglio insistevano, come a sottolineare che a loro quelle pasticche costavano ma lo facevano per me». A distanza di tempo Mara ricorda stranezze a cui sul momento non diede peso. «C’era qualcosa di strano: la pillola non l’ho ingoiata in ospedale ma nel Centro salute donna. Due giorni dopo sono tornata per prendere altre medicine. La dottoressa mi aspettava al Centro per accompagnarmi lei in ospedale. Mi fece passare dal retro come per non dare nell’occhio e appena arrivata mi mandò a firmare un foglio, così, diceva “risulti ricoverata in day hospital ma in realtà torni a casa”. Subito dopo mi hanno somministrato il secondo farmaco, stavolta per via vaginale. Erano delle pastigliette».

«Da sola non ce l’avrei fatta»
Il farmaco in pastiglie che in questi casi viene somministrato per via vaginale è il Cytotec. Un tempo usato nei casi di ulcera e in grado di provocare contrazioni, oggi è sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali. Anche questo dettaglio Mara lo apprende soltanto ora. «La parte peggiore è stata quando sono uscita: non appena salita in macchina ho incominciato a sentire delle fitte insopportabili, mi sentivo venir meno e penso sempre che se fossi stata sola forse non sarei qui, probabilmente mi sarebbe capitato un incidente. Fortunatamente c’era il mio ragazzo. Altrimenti come avrei fatto a salire le scale su cui sono svenuta? Chi mi avrebbe accudito quando sono entrata in casa vomitando per ore con sbalzi ormonali pazzeschi, sensazioni di freddo e caldo continue e tachicardie ripetute, mentre la violenza delle contrazioni mi piegava in due? E i giorni seguenti quando sono dovuta rimanere a letto come avrei fatto ad andare in bagno o anche solo a mangiare?».
Spaventata, Mara pensa che qualcosa sia andato storto o di avere avuto una reazione allergica. «Chiamai la dottoressa che mi disse di tornare in ospedale solo nel caso di perdite emorragiche prolungate. Ho scoperto dopo che teoricamente dovevano farmi degli esami perché non tutti riescono a tollerare la pillola, ma a me di esami non ne hanno fatti». In effetti la procedura prevede di verificare l’assenza di ipertensione, aritmia, asma e allergia alle due pillole. In realtà i disagi subiti da Mara rientrano perfettamente negli effetti collaterali provocati dalla pillola.
Un caso simile viene raccontato a Tempi da Graziella, cofondatrice e volontaria del Centro d’aiuto alla vita di Trento. «Due anni fa – spiega – una donna rumena venne qui e ci disse che voleva abortire perché era in Italia da sola e non sarebbe riuscita a prendersi cura di quel figlio. Noi le spiegammo che l’avremmo sostenuta sia economicamente sia fisicamente, ma in lei vinse il sospetto che dietro quella gratuità si nascondesse qualche interesse e decise di interrompere la gravidanza. Andò all’ospedale Santa Chiara dove le proposero la Ru486 come il metodo più innocuo». La voce di Graziella si fa più acuta, a tratti rotta: «Quando la richiamai mi raccontò che era spaventata per le perdite continue. Le dissi di tornare in ospedale. Andò avanti così per giorni ripetendomi continuamente “sto da cani, sto da cani”. Poi, dopo qualche giorno, è scomparsa e non so cosa le sia successo. Mi viene una rabbia che non so frenare quando penso a come trattano queste donne», conclude Graziella. La rabbia sale anche a Mara che non capisce «come mai queste cose non siano rese pubbliche e nemmeno quale sia l’interesse a tenerle nascoste, quando sarebbe semplicissimo fare dei controlli per sapere cosa è successo alle tante che hanno abortito con quel farmaco».

Non solo il dolore fisico
Anche sul web non è facile trovare le storie di chi ha sofferto per la somministrazione della Ru486 in Italia. A Mara mostriamo un articolo apparso su La Repubblica di Firenze il 28 febbraio del 2008, che non è facile trovare in rete. Mara lo legge con attenzione, velocemente, mostrando di nuovo quella voracità di conoscere la storia di altre donne che hanno abortito come lei. L’articolo racconta di una ragazza che ha usato la Ru486, anche a lei è stato somministrato il Cytotec. «Con quel farmaco – dice la ragazza a Repubblica – ti rendi conto di tutto. È dura, capisci quello che fai e lo fai con le tue gambe. Sono state quelle settantadue ore il momento più difficile, ti resta addosso qualcosa. In quei giorni hai sentito suonare un campanello d’allarme, che ti ha messo in guardia perché stavi impedendo all’organismo di concludere una cosa che avevi iniziato».
C’è una parte molto peggiore del dolore fisico, ammette Mara. «C’è qualcosa di peggio. È stato quando sono andata in bagno per una semplice pipì, lì ho espulso tutto e ho visto il feto». Mara sgrana gli occhi, aprendo le mani come se avesse tra le dita un gomitolo. «Era grande così e non me lo dimenticherò mai». «Ci pensa spesso?», le domandiamo. «Sempre. Soprattutto al momento in cui ho visto il feto. Lì sei veramente sola anche se c’è qualcuno che ti sta a fianco, perché sei tu che hai dentro un figlio e sei tu che sei stata felice in quei mesi in cui te lo sentivi dentro». «Noi donne – è convinta Mara – siamo fatte anche fisicamente per la maternità, il nostro organismo sta bene quando ospita, e quando abortisci e induci le contrazioni gli fai fare qualcosa che è contro la sua natura. Ti tiri via una parte di te e ti senti svuotata. E sono convinta che con la violenza dell’aborto farmacologico lo senti anche di più».
Dev’essere per questo che la ragazzina di Empoli che un anno fa ha abortito con la Ru486 non vuole parlare con Tempi e la sua mamma che si era aperta alle volontarie del Cav della città ha poi deciso di tacere: non se la sentiva più di ripercorrere un’esperienza così dolorosa. «Credo che sia così», risponde Mara risollevando lo sguardo. «Non si parla tranquillamente di una cosa del genere, anche la mia storia la conosce appena il mio ragazzo». Mara ha deciso di parlare con Tempi, sapendo che non sarebbe stato facile rivivere quell’«esperienza che ti porti addosso per sempre, perché spero davvero che la mia storia serva a far sapere la verità su questa pillola».

Leggi sempre su Tempi gli articoli:
Firmi qui e vada pure a casa ad abortire
Ru486, verso l'indagine parlamentare

13 agosto 2009

Il viaggio più bello è per casa

Puoi girare il mondo e vedere paesaggi stupendi, salire in cima al più alto grattacielo di New York e sentirti in capo al mondo, arrivare fino a terre quasi sconosciute e scoprire che ciò che ti manca è casa tua.
Sì per quanto l'uomo girovaghi cerca sempre la casa in cui tornare e posare il capo tra gli affetti dei suoi cari.
Molto bella questa immagine della Corradi che di ritorno dal Canada in aereo brama di scorgere le cascine lombarde e i campanili di Gallarate.

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di Marina Corradi, tratto da [Tempi.it]5 agosto 2009

Mesi fa, in Canada, l’idea che tra i figli e me ci fosse di mezzo l’oceano mi metteva la vertigine. Ma al ritorno, al ritorno è stato bello salire a bordo, assopirsi e pensare che ogni minuto ero di qualche chilometro più vicina

Da ragazza, mi piaceva più di tutto partire. Non importava per dove, ma meglio era se si andava lontano, in posti sconosciuti e diversi dall’Italia. Partire mi piace ancora, anche se, con gli anni, qualcosa mi lega sempre alle facce, alle voci e ai rumori di casa. E quindi ogni volta che vado via per lavoro mi accorgo che ciò che aspetto di più in fondo è il viaggio di ritorno. Il viaggio più bello è per casa.
E tanto più se sono stata via a lungo, e se sono andata lontano. Mesi fa, in Canada, l’idea che tra i figli e me ci fosse di mezzo l’oceano mi metteva la vertigine. Cercavo di non pensarci nel volo di andata, mentre il Boeing faceva prua verso ovest, e inesorabilmente andava incontro alla luce del giorno. Ma al ritorno, al ritorno invece è stato bello salire a bordo, assopirsi e pensare a quell’immenso mare di sotto, e a quanto veloce e sicuro il grosso aereo lo attraversava, e che ogni minuto ero di qualche chilometro più vicina a casa.
E poi, nel confuso chiarore dell’alba, bello ritrovare la distesa generosa dei campi attorno a Malpensa, e le cascine lombarde dalle corti ampie e quadrate. E distanze, fra un paesino e l’altro, piccole, da fare in bicicletta – non come in Canada, dove il treno correva per un’ora senza che potessi scorgere una fattoria, e dopo un po’ prendeva una inquietudine, quasi una sottile paura: nell’eco del fischio del locomotore che si perdeva in quella ampiezza infinita. Invece dal cielo sopra a Gallarate contemplavo i piccoli borghi di case ammassate attorno a un campanile, soddisfatta: questo è un posto per vivere, mi dicevo, gli uomini hanno bisogno di campanili, e di vicini. E anche il verde dei boschi mi pareva poi – allo sguardo affettuoso con cui lo contemplavo dal finestrino – diverso da quello sterminato del Quebec, inconfondibilmente familiare nei filari di betulle chiare e mansuete.
Il viaggio più bello è per casa. Quando l’aereo scende verso Linate e cerchi e trovi con gli occhi il binario largo dell’Autosole, e la barriera del casello. O, se torni di notte, il palpitare delle luci giallastre dei fanali delle strade, prima rade, poi sempre più fitte, finché sopra Milano il cielo è di un fosco rossiccio. E laggiù, in mezzo a questo mare metropolitano, una luce è quella di casa tua. Il suono metallico del carrello, l’aereo che docile si inclina verso terra, scende, scende, ecco le luci violette della pista. Stonf, il tonfo sordo delle ruote sull’asfalto, terra, sei tornata. Il piacere di sentire di nuovo parlare italiano. E l’odore di caffè del bar, e l’accento milanese del taxista che domanda: dove andiamo?
Lasciarsi andare sul sedile, mentre dici l’indirizzo, e abbassi il finestrino. Respirare a fondo: deve aver piovuto da poco, c’è odore di pioggia a Milano, ed è diverso dalla pioggia a Montreal, o a Strasburgo. Accarezzare dentro la tasca le chiavi: un quarto d’ora ancora. E intanto passi in rassegna vie e piazze ben note, ognuna delle quali ti ricorda qualcosa: tutto è rimasto uguale. La tua edicola, le finestre al secondo piano illuminate. Eccoci. Finalmente. Dove c’è chi ti aspetta. Il viaggio più bello è per casa.