Vincent Van Gogh - Notte stellata sul Rodano - particolare (Musée d’Orsay, Parigi)

17 giugno 2009

Fecondazione

Un tempo lo slogan era "l'utero è mio e lo gestisco io", ora si potrebbe dire "il figlio è mio e deve essere come lo voglio io: su misura". Recentemente in Svezia è stato concesso ad una madre di abortire una bimba solo perché voleva un maschio, ora in Irlanda a causa di un errore nella fecondazione assistita nasce un bimbo dalla pelle scura e i genitori sono bianchi. Dicono che non c'è limite al peggio, dove arriveremo con questa pretesa del figlio su misura?

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Il bambino di colore e la discriminazione del “clinicamente corretto”
di Carlo Bellieni (neonatologo) tratto da [ilsussidiario.net] 17.6.2009


"In Irlanda una coppia ha concepito in vitro un bimbo, ma per errore l’ospedale avrebbe usato spermatozoi di un donatore africano, determinando la nascita di un bimbo dalla pelle scura.

Il fatto di cronaca dello scambio di spermatozoi in una fecondazione in vitro non è nuovo e sarebbe preoccupante etichettarlo come l’ennesima prova dei limiti della fecondazione in vitro, perché sarebbe considerare “un fallimento” aver avuto un figlio di colore: sarebbe stato un fallimento clinico se la coppia avesse usato il proprio seme e questo fosse stato scambiato con quello di un estraneo, ma qui già si sapeva che il seme non era del padre. Quindi qui l’unico “nocumento” è il colore della pelle, e ci rifiutiamo di pensarlo come tale.

Quello che ci preoccupa allora è che qualcuno si inalberi perché la “richiesta su misura” non sia riuscita. Quello che colpisce è infatti la reazione: si voleva il figlio uguale a sé e ora si è persi, disorientati. Il padre dice che l’errore ha fatto nascere un figlio con la pelle scura che soffrirà perché sarà trattato in maniera discriminatoria dagli altri bambini. Ma ci riesce difficile credere che in Europa oggi qualcuno venga bullizzato per il colore della pelle. In Italia non accade e se accade chi ci prova viene giustamente punito. Nel civile Regno Unito le cose starebbero peggio che da noi?

Altro segnale di disorientamento è sentir dire che «alla madre viene chiesto se ha avuto una relazione con un altro uomo, mentre il padre teme che quando dirà la verità al bambino questi la rifiuterà». Ma oggi è normale vedere coppie con figli di etnia diversa per le possibilità adottive; e non c’è angoscia nello spiegare al figlio – vedi gli adottati – che i suoi genitori non sono precisamente il suo papà e mamma.

Dunque il segnale di disorientamento dei genitori al non veder corrisposte le proprie aspettative emerge chiaro.

In fondo il caso è solo la storia di un bambino “speciale” e dei problemi di suo padre che lo voleva diverso. In realtà dire “solo” è riduttivo: è un film già visto: quanti padri hanno avuto figli “speciali” e quanti sono rimasti delusi… ma pensavamo che avere un figlio “diverso” e viverlo come una delusione fosse un film del secolo scorso.

Insomma, il problema della fecondazione in vitro fa emergere un problema ben più grave: il figlio su misura: si sceglie il sesso, l’incarnato e si eliminano senza ripensamenti quelli che non ci sono venuti bene! O si denuncia. Ma cosa c’è di strano, dato che questo è il criterio con cui, in maniera “meno sottile” si eliminano i figli non voluti o venuti “male” dopo una ricerca al setaccio (screening) prenatale, mentre ormai stanno crescendo nell’utero di mamma? La fecondazione in vitro è solo un segno: il problema vero è più sotto".

28 maggio 2009

Dedicato


Questo post è dedicato alla giovane amica che mi ha fatto aprire il blog, ispirandomi anche nella scelta del titolo.
Cento di questi giorni cara, felice compleanno, e grazie di esserci.

23 maggio 2009

Cosa resta vivo di Pisacane?

Giorni fa si è fatto un gran chiasso perché una scuola elementare romana intitolata a Pisacane aveva deciso di cambiare il nome a favore di un pedagogista giapponese.
Chi si ricorda di Pisacane e dei suoi "eran trecento, eran giovani e forti" che morirono in nome di un'utopica libertà socialista? Probabilmente nessuno.
In nome di un multiculturalismo fasullo si rivede la storia a proprio piacimento, un po' come chi a Milano vuole assegnare a degli stranieri l'Ambrogino, il mitico premio nato per quei milanesi che hanno eccelso in qualcosa di importante per la loro città.
Su questa faccenda di Pisacane, eccovi cosa ne pensano il mio amico Berlicche e Pigi Colognesi in un editoriale tratto da Il sussidiario.net

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Berlicche
Sarò cattivo.
Il nome Pisacane è stato dato dall’elite massonica che governava la città centovent’anni fa. In spregio ai cattolici, diedero alle scuole i nomi dei maggiori oppositori allo Stato Pontificio, compreso quello di un cretino e illuso come Pisacane che tentò una rivoluzione velleitaria armi in pugno e finì ammazzato – e, data la sua preparazione, non poteva finire altrimenti. Peccato che con lui morirono anche altri innocenti, i soldati-contadini che lo affrontarono e quei deficienti che lo seguirono. Un bell’esempio per la gioventù: un Che Guevara un poco più sfigato.
Adesso quella stessa elite si è prima comunistificata, e Pisacane andava ancora, e poi ha perso Marx e ogni altro riferimento. Le sono rimaste idee confuse, sessantottine, e non credendo più neanche nel pan cotto non le sono rimaste che confuse teorie pedagogiche. Makigughi per costoro è più reale di Pisacane, perché a forza di sradicare hanno sradicato le proprie radici, anche quelle cattive. Non è questione di multiculturalismo, è questione che non si sa chi si è. E quando non si sa chi si è, sono gli altri a dirti chi sei.


di Pigi Colognesi tratto da [ilsussidiario.net]

Il caso sembra ormai chiuso, ma vale la pena di trarne comunque qualche riflessione. Il caso è quello della scuola materna ed elementare di Roma che aveva deciso di cambiare il proprio nome: invece che all’eroe risorgimentale Carlo Pisacane, si sarebbe intitolata al pedagogista giapponese Tsunesaburo Makiguchi. Motivo? La scuola è frequentata in gran parte da stranieri; ragion per cui risulterebbe più accettabile uno studioso nipponico (siamo nell’epoca della globalizzazione, no?) che un patriota italiano. Proprio su queste motivazioni si sono appuntate aspre critiche: così si perde l’identità nazionale, non è questa la strada giusta per l’integrazione degli stranieri, eccetera. La scuola ha fatto retromarcia e Pisacane dovrebbe rimanere al suo posto.

Viene subito da pensare che Makiguchi e Pisacane sono accomunati da un dettaglio non irrilevante: sono entrambi pressoché sconosciuti - alzi la mano chi ne sa di più sull’italiano che non sul giapponese - e quindi l’uno vale l’altro. Ma sarebbe una conclusione affrettata. L’intitolazione di uno spazio pubblico, infatti, riveste un carattere simbolico, la cui importanza sembra a prima vista sfuggire, ma è molto importante. A fine Ottocento, per esempio, molti consigli comunali italiani dedicarono numerose sedute e affrontarono scontri politici rilevanti al solo scopo di intitolare una strada o una piazza a Giordano Bruno. L’intento era chiaro: i fautori di questa scelta non erano interessati alla sorte del frate bruciato a Roma nel 1600; a loro interessava porre un inequivocabile segno di anticlericalismo negli spazi comuni della convivenza civile. Tutti quelli che avrebbero visto il nome di quella piazza o scritto su una lettera l’indirizzo «via Giordano Bruno» avrebbero pensato a quanto fosse stata scellerata la Chiesa cattolica e tratto le debite conseguenze. Insomma, è per un interesse presente che si decide di celebrare questo o quel personaggio del passato.

Ma allora occorre che l’interesse presente sia realmente vivo e vissuto. Altrimenti il valore passato che si vuole celebrare (in questo caso la – presunta – identità nazionale sgorgata dal risorgimento) e il personaggio che lo incarna (in questo caso Pisacane) non restano altro che reperti archeologici, del tutto insignificanti.

La piazza principale del paese dove ho fatto le scuole elementari è dedicata a Quintino di Vona, un militante antifascista lì fucilato nel 1944. All’approssimarsi del 25 aprile ci portavano a celebrarne la memoria. Quello che risultava convincente non era la retorica antifascista, ma la storia di sacrificio incarnata da Di Vona che i nostri vecchi ci raccontavano e, soprattutto, il loro volto commosso al suo ricordo. Un presente, insomma.

La Chiesa cattolica è una delle più gelose custodi della propria storia, del proprio passato. Non esiste un edificio sacro che non sia intestato ad un santo o un altare che non ne abbia una reliquia; le loro vicende sono continuamente raccontate e celebrate nell’anno liturgico. Ma è solo la partecipazione presente a quello che essi hanno vissuto a renderne interessante la memoria. Se così non fosse, saremmo cultori di cose morte, necrofili.

La domanda è, dunque, cosa resta vivo di Pisacane?

20 maggio 2009

Due re, due regine

Eccoci al dunque, dopo che Wladimiro Guadagno in arte Luxuria l'ex vincitore/vincitrice del Grande Fratello si è lanciata/o in una campagna per far conoscere la cultura del "gender", sì proprio così, sembra che qualcuno le/gli ha proposto di scrivere favole per bambini e lei/lui non si è fatta/o pregare due volte, è diventata/o scrittrice/scrittore, affermando in un recente dibattito in tv in cui si parlava di matrimoni: ne vedrete delle belle, lo sapete che anche Pinocchio è gay?

Su quest'onda di inculturazione gender ecco che a Genova si raccontano a "quattro gattini" fiabe da Gay Pride in cui il protagonista è un principe senza pisellino.

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Tratto da [Tempi] 19 maggio 2009

Per gli organizzatori l’obiettivo era «educare i bambini all’esistenza di diverse tipologie di famiglie. Queste favole puntano su un racconto omoaffettivo, resta il sentimento positivo, solo che a volersi bene sono i protagonisti dello stesso sesso. Non facciamo propaganda, ai bambini insegnamo solo che l’importante non è discriminare le persone in base al colore della pelle, o al sentimento religioso, o alle preferenze sessuali». Così a Genova – con il patrocinio del Comune e della Regione – si è svolto il laboratorio “Due re, due regine”, a cura degli organizzatori del Gay Pride. L’invito era rivolto a tutte le scuole genovesi e i bambini avrebbero dovuto raccontare una loro favola, liberi di esprimersi come meglio avrebbero voluto, a patto che i protagonisti della fiaba fossero lui&lui o lei&lei. A patto che alla fine il principe risvegliasse con un bacio un altro principe, o che la principessa salvasse dalle grinfie del drago un’altra principessa. A proposito di draghi, curiosamente nei panni del cattivo c’era la mefistotelica figura della “moglie”, arpia da mettere sottoterra con un bel colpo di bacchetta magica. Simpatica anche la figura del “principe senza pisellino”, un personaggio nuovo, in effetti, che nessun Perrault o fratello Grimm s’è mai premurato di raccontare. Il miglior commento all’iniziativa è un numero: 4. Tanti erano i bambini che hanno ascoltato le fiabe. Tutti gli altri hanno preferito andare al parco con mamma&papà o papà&mamma.